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Il fulmine Bolt infiamma Roma

Domani sera il Golden Gala dedicato a Pietro Mennea

Esistono campioni e fuoriclasse. I primi sono molti, i secondi rari, e votati all'assoluto. A tredici anni dall'inizio del ventunesimo secolo, massimo nella seconda categoria è Usain Bolt, giamaicano, velocista. Oggi, vigilia del trentatreesimo Golden Gala, ha ventisette anni, ha alle spalle la conquista di sei medaglie d'oro olimpiche, 100, 200 e staffetta 4x100, nel 2008 a Pechino e nel 2012 a Londra, e di cinque mondiali, unica stecca la partenza falsa nella sud coreana Daegu, nel 2011. Il giamaicano, come altri fenomenali specialisti dell'isola delle Grandi Antille - basta sfogliare un libro di storia olimpica per imbattersi, nei Giochi del 1948 e del 1952, nei nomi di Arthur Wint e di Herb McKinley - la velocità l'ha dentro di sé, mentre gli altri la cercano. Da due giorni, faro indisturbato del meeting intitolato alla memoria del nostro Pietro Mennea, Usain Bolt è nella capitale. Accolto da pattuglie di cronisti e fotografi ai piedi di una scalinata d'albergo come una novella Wanda Osiris, Bolt si è sottoposto alla conferenza stampa di rito ed a numerose domande, precisando in più momenti di essere in buone condizioni e di aver pienamente recuperato sul piano della preparazione le incertezze palesate in occasione dell'esordio del 12 marzo, quando al George Town delle Cayman non andò oltre un modesto 10.09, peggiore risultato d'inizio stagione registrato da anni. Il fuoriclasse giamaicano ha inoltre aggiunto d'essere ansioso di scendere sulla pista dell'Olimpico, convinto di poter confermare, due anni dopo la prima passerella dinanzi al pubblico romano, la sua superiorità sul prossimo, quale che esso sia. Concludendo con la conferma della sua presenza nella mattinata di oggi allo stadio della Farnesina, ospite e starter d'onore tra le centinaia di ragazzi e ragazze impegnati nella finale nazionale dei giochi sportivi studenteschi. Circa l'esito della gara in programma alle 21.33 di domani, qualche dubbio, e forse più d'uno, relativamente alla sicurezza denotata da Bolt, rimane. Gli avversari più accreditati sono Michael Rodgers, statunitense, 9.85 di primato personale e di 9.96 stagionale, e soprattutto Justin Gatlin, nativo di New York, titolare di un personale di 9.79, dell'oro olimpico nel 2004, di due titoli mondiali, 100 e 200, l'anno successivo, ad Helsinki, prima di scoprire a suo carico, nel giugno del 2006, l'uso e l'abuso di testosterone artificiale, riportandone otto anni di squalifica, poi graziosamente ridotti a quattro. A Bolt è stato chiesto cosa pensi di Gatlin, con risposta scontata: «È un grande atleta, ma io non penso mai ai miei avversari, penso solo a me stesso, alla voglia di dimostrare di essere il migliore, e lo farò fino ai Giochi olimpici di Rio de Janeiro». Extra previsioni tecnico-agonistiche sul meeting, al giamaicano è stato anche chiesto cosa pensi di Mario Balotelli e degli episodi di razzismo ricorrenti dalle nostre parti. Sarebbe stato semplice rispondere che in atletica fenomeni del genere non esistono e che l'Italia è il paese che fin dal 1960 applaudì ed esaltò un maratoneta di pelle nera passato vittorioso sotto l'arco di Costantino. Ma sarebbe stato troppo pretendere dalla cultura storica e dalla sensibilità di Bolt, che si è limitato a rispondere di ignorare il problema. Confessando, evviva, d'essere rimasto invece profondamente scosso dalla notizia del fine attività alla testa del Manchester United del baronetto Alex Ferguson...

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