All'estero si appropriarono del nome, e il Golden Gala divenne Golden Roma. Non era mai accaduto in un evento d'atletica sul territorio italiano: bagarini all'opera nei viali di accesso al Foro Italico. Il meeting era in calendario da dieci mesi, quando del boicottaggio ai Giochi di Mosca messo in atto da decine di paesi, Stati Uniti in testa, avverso l'invasione sovietica in Afghanistan, non v'era segno. Primo Nebiolo, presidente dell'atletica italiana e di lì a poco di quella mondiale, inesausto cacciatore di successi, riuscì in un miracolo diplomatico su cui nessun allibratore avrebbe rischiato un rublo o un dollaro, mettere cioè d'accordo presenti ed assenti di un'Olimpiade frantumata dalle ragioni di stato recapitando nelle loro mani un biglietto aereo, l'indirizzo dell'impianto romano e una data, 5 agosto 1980. Il percorso di quello che fu considerato dalla stampa internazionale «the best one-day meeting ever», il miglior meeting mai disputato in una sola giornata, raro esempio di vitalità organizzativa, fu tutt'altro che scontato. Massimo ostacolo, la perplessità dei sovietici. Ma Nebiolo aveva maturato più d'un credito nei loro confronti, primo d'essi il regalo di un'Universiade portata a Mosca nel 1973, magistrale, propiziatorio biglietto da visita in vista dei Giochi del 1980. L'atto risolutivo s'ebbe qualche ora prima della chiusura dei Giochi olimpici. Fu quando il dirigente italiano, durante una gita in battello sulla Moscova, ricevette dalle mani del collega russo Leonid Khomenkov, viso mummificato come il suo omonimo insediato al Cremlino, l'elenco degli atleti russi destinati a partire per Roma: c'erano tutti, e tutti i più forti, dal primo all'ultimo. Sull'altro fronte, quello dei paesi che avevano aderito al boicottaggio, l'adesione al meeting romano fu ugualmente senza riserve. Le previsioni pessimistiche di quanti poco contavano sulla risposta del pubblico, in una città svuotata dalle ferie estive, furono completamente ribaltate. L'Olimpico fu preso d'assalto, con un esaurito di 60.000 persone. Molto incise su quella presenza quanto era accaduto a Mosca, i trionfi di Sara Simeoni, di Pietro Mennea e di Maurizio Damilano enfatizzati da ore ed ore di diretta televisiva. Ai tre fuoriclasse, ma anche ai grandi giunti dall'estero, l'Olimpico riservò un'accoglienza di primissima qualità. Gli atleti ripagarono il pubblico generosamente, Mennea e Simeoni su tutti, il primo realizzando con 20.01 una delle sue migliori prestazioni sui 200, la seconda elevandosi fino a 1.98 d'altezza, con l'aggiunta dei primati italiani segnati da Gabriella Dorio sui 1.500 e da Mariano Scartezzini sui 3.000 siepi. Nello stordimento emotivo della serata passò praticamente ignorata la presenza sui 100 metri di uno statuario atleta statunitense originario, come Jesse Owens settant'anni prima, dell'Alabama. Di quella presenza si sarebbe trovata traccia un paio d'anni dopo, quando l'esplosione verificatasi ai Mondiali di Helsinki costrinse gli esperti a risalire alle battute iniziali di una carriera al cui termine la contabilità statistica avrebbe scritto: 9 ori olimpici e 8 titoli mondiali. L'atleta era Carl Lewis. Quello romano era stato il suo esordio su una pista europea.
Quando a Nebiolo riuscì quel miracolo diplomatico
di Augusto Frasca All'estero si appropriarono del nome, e il Golden Gala divenne Golden Roma. Non era mai accaduto in un evento d'atletica sul territorio italiano: bagarini all'opera nei viali di...