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Su questa «roccia» Fausto Coppi scrisse una pagina di storia

di Augusto Frasca Gigante di roccia, lo Stelvio, versante delle Alpi orientali all'interno del Parco, prossimo al confine svizzero e al cantone dei Grigioni. Gigante con forti probabilità a rischio...

Gigante di roccia, lo Stelvio, versante delle Alpi orientali all'interno del Parco, prossimo al confine svizzero e al cantone dei Grigioni. Gigante con forti probabilità a rischio per le proibitive condizioni meteo. Si decide stamane. Neve e gelo incombenti da un'ora all'altra. Sono le battute finali di un Giro segnato dal nome di Vincenzo Nibali, con la nuova incognita, domani, del Lavaredo, l'altro passo dolomitico sommerso da muraglie bianche. Cronaca e storia si sfiorano lungo i trentasei tornanti dello Stelvio. Il passo di montagna situato a 2.758 metri fu scoperto nel 1953 da un personaggio cui da cinque anni la Gazzetta dello Sport aveva affidato l'organizzazione della corsa, mantenendola fino al 1992. Vincenzo Torriani ignorava cosa avrebbe significato quella salita, e quali sarebbero state le premesse di un radicale cambiamento alla classifica del Giro. Maglia rosa in quel primo giugno, partenza da Bormio, penultima tappa, breve, 125 chilometri in direzione di Bolzano, vittoria praticamente in tasca, lo svizzero di Zurigo Hugo Koblet: ventisette anni, affascinante, elegante, generoso purosangue delle due ruote, nel 1950 primo straniero vincitore della maggiore corsa italiana dinanzi a Bartali e l'anno successivo dominatore al Tour de France. Alle spalle, apparentemente rassegnato, staccato di due minuti, Fausto Coppi. La tappa precedente, i grandi passi dei «monti pallidi», secondo definizione battezzata dalla fantasia di Dino Buzzati, Falzarego, Pordoi e Sella, con il ciclista elvetico giunto appaiato al campione italiano sul traguardo dell'Auronzo-Bolzano, avevano in pratica segnato l'inattaccabilità della classifica e la vittoria di Koblet con quarantotto ore d'anticipo. La rivoluzione, divenuta d'un colpo letteratura, e delle più celebri nella storia del ciclismo, avvenne a undici chilometri dalla vetta dello Stelvio. Favorito da una fuga, concordata, di Nino De Filippis, e rispondendo alla reazione di Koblet, Coppi, naso arricciato dei giorni migliori, volò, un tornante dietro l'altro. L'avversario fu doppiamente sfortunato. Staccato nel passaggio del valico, nei venti chilometri della discesa, affrontata con l'impeto di sempre, Hugo Koblet cadde due volte. A 7 km dal traguardo, decisiva, la brutalità di una foratura. Il Giro finì lì: la classifica fu violentemente ribaltata, e tale rimase il giorno successivo al traguardo finale di Milano: Coppi al comando con poco più di un minuto sull'avversario, terzo Pasquale Fornara, quarto un miracoloso trentanovenne a nome Gino Bartali, al suo penultimo Giro. Il 30 agosto, a Lugano, Fausto Coppi avrebbe concluso la stagione con la conquista del titolo mondiale. Quanto a Koblet, ritiratosi dall'agonismo nel 1958, dopo vicende alterne, tra cui l'incarico affidatogli da Enrico Mattei di rappresentare l'AGIP in Venezuela e il matrimonio con una donna di bellezza pari alla sua, neanche quarantenne, un congedo tragico, mai chiarito, sull'Alfa Romeo schiantatasi contro un albero, probabilmente suicida. Era il 6 novembre 1964.

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