Durano mezza partita, i sogni di rinascita. Per la Roma, non da adesso, gli episodi bruciano le speranze aperte da premesse confortanti, non ne va una dritta. Nella sconfitta di Marassi, che nei titoli di coda offre l'ennesima dimostrazione di come Delio Rossi alleni bene e non riesca a comportarsi con eleganza, il risultato cancella anche le note positive, che nel primo tempo erano emerse. Le valutazioni su promossi e bocciati non possono chiaramente lasciare grandi margini all'ottimismo, dispiace soltanto che la svolta determinante la Roma l'abbia impressa alla gara, in senso negativo, per qualcosa di incomprensibile, qualcosa che ha stretta parentela con la follia pura. Al riposo con rimpianti fondati, un mani sospetto in area doriana e soprattutto l'annullamento del gol di Lamela, buonissimo, la Roma era andata sotto di un gol, ma avrebbe potuto rimediare in tempi brevi, se Osvaldo non avesse scippato un'esecuzione dal dischetto a Totti, che i rigori li batte, e segna, da un ventennio. Qualcosa di immotivato, un'iniziativa insensata: purtroppo, con il coronamento di una battuta da giardino di casa, un regalo comodo per Romero. Una vicenda che reclama riflessioni, perché non è questo il momento dell'anarchia e della ricerca di rivalse personali. Era stata anche una bella partita, quella di Marassi, probabilmente la migliore di un pomeriggio in cui l'«X Factor» era stato eluso, oltre che dalla Samp soltanto dall'Udinese. segue a pagina 22
L’anarchia di Osvaldo e l’«eleganza» di Delio Rossi
