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Prima delle partite era solito regalare agli avversari una copia della Bibbia. Un comportamento cristiano culminato però in una testata ai danni di Manfredonia durante un derby infuocato. Da allora, l'«esercito» dei calciatori devoti è cresciuto di numero e si è persino dato un nome. Gli Atleti di Cristo, appunto, nati in Brasile nel 1984 per iniziativa di Leite e Baltazar ed esportati in Italia nel 2000 da Marco Aurelio e Zé Maria. Oggi ne fanno parte, tra gli altri, il milanista Kakà - che ha annunciato di voler diventare un pastore evangelico a fine carriera -, lo juventino Legrottaglie e l'uruguagio Cavani, che dopo il gol segnato al Milan ha mostrato una canotta con la scritta «Io appartengo a Gesù». L'organizzazione, secondo il sito web, non vuole sostituirsi alla religione, non ha fini di lucro nè impone agli «affiliati» riti particolari. Gli sportivi devono però condurre un esistenza concorde alla volontà di Dio e trasmettere questi valori a compagni e avversari. Propositi quantomeno originali se si pensa al classico trittico «calciatori-veline-discoteche». Il caso Legrottaglie, da questo punto di vista, è emblematico: «Passavo le notti nei locali - ha detto - e se stavo 10 giorni senza donne impazzivo. Adesso ne faccio serenamente a meno: la persona giusta arriverà». Ognuno spiega la conversione a modo suo. Per alcuni, l'unica chiave nello sport per andare oltre i propri limiti sta nel trarre forza e convinzione da un'entità sovrannaturale. Per altri, è la soluzione per non lasciarsi sopraffare da un mondo fatto di soldi, fama e donne. Forse, per credenti e non, vige la convinzione che, se proprio Dio dovesse intervenire nelle cose del calcio, è sempre meglio averLo in squadra che contro. Anche perché Lui può materializzarsi ovunque e in ogni modo. C'è chi giura di averLo visto nei quarti di finale del Mondiale tra Argentina e Inghilterra nel 1986. Sotto forma di cinque dita. La mano de Dios.

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