Gli mancava ancora l'esperienza, irripetibile, che sarà chiamato a vivere questa sera, anche se a stare alle previsioni l'Olimpico non esibirà quel terribile e affascinante tutto esaurito che da sempre ha costituito una caratteristica della stracittadina. Ma già sa, alla vigilia, di portare sulle spalle un carico di responsabilità molto pesante: il perdono o il pollice verso, insomma, secondo quale potrà essere la risposta del campo al fischio di chiusura. Sette giornate di campionato hanno ribaltato la scala di valori che, forse anche in base a un troppo superficiale esame del potenziale della nuova Lazio, le previsioni della vigilia aveva delineato: con una Roma già dimentica di un recente passato agghiacciante e pronta a rilanciarsi verso quelle posizioni di vertice che i cinque anni della gestione Capello avevano quasi puntualmente assicurato. Le parti si sono invertite, secondo quanto recitano la classifica e la valutazione delle rispettive prestazioni in campionato. E se non è detto che il ruolo di «black horse» riesca sgradito in occasioni del genere, secondo una tradizione che non appartiene soltanto alla Capitale, è anche vero che la Roma arriva all'appuntamento più importante di questo avvio di stagione con il morale intaccato dal modesto rendimento offerto finora. In troppi hanno sovrastimato la presenza di nomi importanti, una volta scongiurate le partenze di Chivu e Mancini. In realtà, nei piani di Spalletti figuravano altre presenze tattiche che la società non ha potuto garantire: e forse il solo torto del tecnico toscano è stato quello di avere benedetto, controvoglia, l'organico che gli era stato messo a disposizione. Alle tensioni di sempre se ne sono aggiunte altre, gratuite: dall'esternazioni di Montalla alla pur civile contestazione di ieri a Trigoria, dove almeno Conto e l'allenatore hanno avuto il buonsenso di sottrarre i giocatori al confronto con i tifosi. I quali hanno il diritto di protestare, non quello di volere a tutti i costi un ruolo di protagonisti: magari fino a far sospendere un derby, parentesi vergognosa che ancora brucia. Con i soli Cassano e Aquilani in infermeria, Spalletti può comunque mettere in campo una formazione dignitosa: sempre che il livello dell'impegno riporti quell'umiltà e quella concentrazione sacrificati alla vanità e alla superficialità nelle occasioni più recenti. Certo, molte sofferenze si preannunciano per i centrali di centrocampo, di fronte a una Lazio che tatticamente sembra più equilibrata e organizzata. Ma anche le giocate individuali contano qualcosa: e sono quelle sulle quali la Roma può contare, alla fine dei conti, per l'obiettivo del riscatto. Forse meno arduo da centrare nei panni della sorpresa: il ruolo inatteso, appunto dei giallorossi fin qui troppo pieni di sé e così poco pratici.
VISTO DA SUD
Per la Roma una sorpresa non impossibile