Non rispettano le norme ambientali, non pagano l’occupazione di suolo pubblico al Comune e spesso e volentieri sono gestiti da pregiudicati. La Procura ha aperto un’inchiesta a 360 gradi sugli autodemolitori romani, per far luce su una realtà commerciale finora rimasta immune da controlli e sanzioni. Al momento sono già stati posti sotto sequestro dall’autorità giudiziaria tre sfasciacarrozze, uno dei quali si trova addirittura in un parco archeologico, al di sopra di alcune catacombe dell’antica Roma. Il pm titolare del fascicolo sta indagando sull’inquinamento delle falde acquifere. Dagli accertamenti eseguiti finora sugli autodemolitori sequestrati è emerso, infatti, che il terreno sul quale vengono depositate le carcasse delle macchine non è impermeabilizzato; di conseguenza gli oli e le altre sostanze altamente tossiche contenute nei motori riescono a penetrare nel sottosuolo inquinando le falde acquifere sottostanti. Inoltre, durante i controlli è stato scoperto che mancano le vasche di raccolta delle acque reflue. Per non parlare poi della scelta dei siti. Gli sfasci a Roma spuntano come funghi nel centro abitato della città, spesso a pochi passi da scuole o asili, o in aree sottoposte a vincolo paesaggistico e archeologico. In questi anni le proteste dei residenti o delle associazioni ambientaliste sono rimaste inascoltate. Risale al 1986 la legge con cui il Consiglio regionale del Lazio ravvisò per Roma la necessità di realizzare dei centri dedicati alle attività di autodemolizione e rottamazione, a seguito «della presenza di situazioni ambientali o vincolistiche che non consentivano il permanere delle attività nei siti occupati». Da quella delibera ci sono voluti ben 22 anni per arrivare alla sottoscrizione di un accordo col quale Comune, Provincia e Regione si impegnavano, in tempi brevi, a trasferire gli sfasciacarrozze fuori dal Grande raccordo anulare. Ma ad oggi della delocalizzazione non c’è traccia. Nella Capitale ci sono circa 100 autodemolitori autorizzati dalla Prefettura e altri 200 completamente abusivi. Il problema è che anche quelli "regolari" sono "fuori regola". Questo perché nel decreto di autorizzazione rilasciato dal Prefetto si dichiara di possedere dei parametri di legge che poi nella sostanza non si rispetta. Ad esempio, molti dei proprietari degli impianti non possiedono nemmeno i requisiti soggettivi: sono pregiudicati. E poi c’è il problema amministrativo. Dalle indagini finora svolte dalla Procura è emerso che la maggior parte degli sfasci autorizzati non paga l’occupazione di suolo pubblico al Comune di Roma da circa 15 anni. Questo perché ci si è dimenticati di riformulare i canoni d’affitto. Il mancato introito finora ammonta a circa 100 milioni di euro, che equivale al danno erariale subito dall’Amministrazione. Il pm titolare dell’indagine ha ascoltato i dirigenti del dipartimento Ambiente e del dipartimento Patrimonio, per avere il polso della situazione sulla "terra di nessuno" che sono gli autodemolitori a Roma.
Caos sfasciacarrozze Inchiesta in Procura
Uno «sfascio» realizzato in un parco archeologico