Condizioni igieniche precarie, vendita di superalcolici ai minori e poi frutta accatastata fuori dal negozio come capita, spesso accanto a detersivi e ad altri oggetti in vendita per la casa. Centinaia di frutterie straniere nella Capitale continuano ad aprire e ad esistere nell'illegalità. Il boom delle aperture, iniziato ormai una decina di anni fa, non conosce crisi e sta decimando la categoria dei «fruttaroli» romani, confinati ormai quasi esclusivamente nei mercati. Nell’ultimo anno, secondo stime dell’Anva-Confesercenti, hanno aperto almeno trecento nuovi punti vendita a conduzione straniera da ricondurre alla categoria «minimarket/frutterie» a fronte di una riduzione continua dei negozi al dettaglio della categoria commerciale. «Proprio l’altro giorno – tuona Walter Papetti, presidente di Anva-Confesercenti – ho visto in una di queste frutterie la frutta venduta accanto ai detersivi. Mi chiedo, come fanno queste persone ad avere l’autorizzazione per la vendita di due diverse categorie commerciali in uno spazio di appena 20 mq di negozio? E poi è evidente come viene tenuta questa merce, nell’assoluto disprezzo di qualsiasi norma igienico-sanitaria». Ma c’è di più ed è contenuto in un esposto alla guardia di finanza che il consigliere regionale, Fabrizio Santori, si prepara a presentare. «È ora che le forze dell’ordine diano una risposta ai cittadini e ai commercianti che subiscono il degrado delle frutterie e dei minimarket – spiega Santori – esercizi commerciali che occupano il suolo pubblico per esporre le proprie mercanzie intralciando il passaggio dei pedoni, che utilizzano sacchetti non biodegradabili e che vendono prodotti di ignota provenienza e superalcolici durante le ore notturne ai minori, incuranti dei divieti». Santori poi si chiede: «Queste persone pagano le tasse? Perché l’ingresso così massiccio sul mercato di frutterie e minimarket stranieri è anomalo e fa sorgere più di un sospetto». Un esposto simile, sempre alla di Finanza, era già stato presentato a luglio dalla Fiepet- Confesercenti, che aveva verificato come nelle frutterie si battessero scontrini di vendita di alcolici come se fossero banane o mele, ovvero con l’Iva al 4% (per merce di prima necessità) e non al 22% (come invece dovuto). «Avevamo fatto una nostra personale verifica in una decina di frutterie e minimarket stranieri – fa sapere Mina – e a parte un paio di casi regolari gli altri usano questo meccanismo, tra l'altro poco o per nulla conosciuto dagli acquirenti. Significa che ogni mille euro di incasso, 180 sono evasi al fisco. Moltiplicato per migliaia di bottiglie vendute ogni anno, la sottrazione di soldi allo Stato diventa enorme».
Esposto alla Finanza sulle frutterie suk
Damiana Verucci Condizioni igieniche precarie, vendita di superalcolici ai minori e poi frutta accatastata fuori dal negozio come capita, spesso accanto a detersivi e ad altri oggetti in vendita...
