Roma Capitale

L’omicidio Cohen arriva in Cassazione

Il pg: «Sottovalutato il movente passionale»

«È stato sottovalutato il fortissimo movente passionale in capo al Trevisani», tale da avere indotto l’agente dei Servizi segreti a uccidere Rafael Cohen, la sera del 13 giugno 2011, nell’androne del palazzo dove viveva il commerciante ebreo. Questa una delle motivazioni per cui la Procura generale ha proposto ricorso per Cassazione avverso la sentenza pronunciata dalla I sezione della Corte di Assise d’appello di Roma all’udienza del 30 giugno scorso, che ha confermato quella della I sezione della Corte di Assise del 5 giugno 2014 con cui Giulio Trevisani, imputato per omicidio premeditato, era stato assolto «per non aver commesso il fatto» e Alessia Marini, imputata per favoreggiamento, «perché il fatto non costituisce reato». Il corpo del 74enne venne trovato esanime, disteso nella guardiola dell’edificio di via Rodolfo Lanciani 62, in zona Bologna, alle 19,26. L’autopsia stabilì subito che la vittima era stata pugnalata al torace, con un unico colpo letale, con un coltello. Accertato che l’uomo non era stato derubato, le indagini, si avviarono subito verso una matrice «passionale» del delitto. L’uomo, infatti, si era reso protagonista di "avances" sessuali nei confronti di alcune dipendenti della Trophee s.r.l., con sede in via Pieve Torina. Lo ha confermato anche Naman David Mayer, titolare della società e cognato della vittima, al quale la sua segretaria, Alessia Marini, aveva raccontato che Cohen l’aveva avvicinata tentando di baciarla. «Dalle plurime risultanze indiziarie – si legge nel ricorso del procuratore generale Otello Lupacchini - è emersa l’esistenza di una «stabile, risalente, appassionata relazione sentimentale» tra Marini e Trevisani, nota peraltro ai rispettivi coniugi. Le conversazioni captate, tra i due imputati, avrebbero fatto emergere inequivocabilmente la forte gelosia dell’uomo nei confronti della donna». Secondo la Corte d'Assise d’appello, il tempo intercorso tra le ultime molestie alla Marini (il 25 maggio) e l’omicidio (13 giugno), avrebbe fatto scemare un’eventuale reazione omicida «in un soggetto inserito in un contesto lavorativo in cui sarebbe stato intollerabile un comportamento di quella gravità». «A meno che non si pretenda di far assurgere a dato di comune esperienza, che essere dipendenti dell’Aise ponga al riparo dal rendersi autori di gravi delitti - si legge nel ricorso - è illogico e contraddittorio che la valorizzazione del particolare contesto lavorativo sia poi del tutto omessa quando si tratta di delineare il profilo delle abilità professionali dell’imputato, in tema di armi bianche e combattimento personale». Secondo i giudici d’appello, infatti, non era indispensabile l’addestramento alla lotta corpo a corpo «per vincere la resistenza di una persona anziana».

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