Un Marchini doppio, grazie. Maschio e «senza raschio» direbbe Luigi Proietti nella parte del Mandrake di "Febbre da cavallo", quando per raccattar quattrini da giocare alle corse interpretava un vigile urbano in uno spot per un whisky. Sì, perché Alfio Marchini, Arfio come lo chiamano a Roma, ieri si è sdoppiato, come un whisky, su Repubblica e sul Corriere della Sera, nei giorni del suo fulgore, dopo aver dato un contributo decisivo al Pd per la caduta di Ignazio Marino. I due giornaloni, il fondato da Eugenio Scalfari (Repubblica) ed il diretto dal ciociaro Luciano Fontana (Corriere) raccontano di lui, dirimpetto al lago Trasimeno, tra figli, cavalli, cani e telefonini che squillano. Un Trasimenoshire senza la campagna inglese d’intorno. Arfio gongola, lui in passato campione di polo, gioco conteso tra atletica e tattica, e spiega - anzi premette - di non «aver mai votato comunista» anche se li ha conosciuti bene. Questa si che è una notizia, chissà cosa gli dirà la cugina Simona Marchini, attrice e donna di ironie. Il voto no, d’accordo, ma Alfio è comunque amico di Massimo D’Alema e di Walter Veltroni, e poi ricorda suo nonno, la cui ossessione era «dare lavoro e la passione politica nasce da lontano. Respiro politica da sempre. E il motto con il quale mio nonno concludeva le riunioni era: "Al lavoro e alla lotta!". Quel nonno, di cui porta lo stesso nome, Alfio, che fu partigiano e tra i leader della Resistenza romana. Certo, nell’albero familiare di Marchini, c’è pure - e lo racconta lui stesso - un bisnonno ghibellino che venne cacciato da Firenze, un fabbro che amava la cavalleria rusticana e a cui si deve la primogenitura di quel nome, Alfio. Un mito, come quel "calce e martello" con cui a Roma avevano ribattezzato il nonno Alfio e lo zio Alvaro. Con una storia così, per Marchini, aver disarcionato Marino quindi non può che essere solo l’inizio. Lui, che racconta a Repubblica come provava a far tornare la pace tra Veltroni e D’Alema quando non si parlavano, lui che votava repubblicano, il PRI da pentapartito di Giovanni Spadolini, un fiorentino come Renzi. Coincidenze nel doppio Marchini (senza fischio) di Repubblica e Corsera lui che dice di non essere né di destra né di sinistra e non capisci se abbia scoperto le canzoni di Giorgio Gaber, "cos’è la destra, cos’è la sinistra" o una sua terza via, non quella corporativa già tracciata dal Duce e di sorte non fortunata, ma sua, per Roma, questa Capitale così disgraziata negli ultimi anni. «Sono un innovatore e sono un conservatore», dice parlando con i giornaloni Alfio è già il fatto di aver messo d’accordo Repubblica e Corriere su stesso, beh è una bella mediazione (che meriterebbe una toccata di ferro). Un bel tirocinio per provare a far combaciare Renzi e Berlusconi, sul futuro di Roma. Berlusconi, su Alfio, nutre una certa simpatia e spiega che però non gli darà l’abbraccio mortale proprio perché lo appoggia quanto a Renzi, Matteo Orfini, commissario del Pd a Roma, nelle ore concitate per far cadere Marino a colpi di firme, avrebbe detto ad Alfio, «ti chiamo anche a nome di Renzi, dacci una mano». Alfio gliel’ha data e ora punta al Colle, quello del Campidoglio. Lui, nato a Roma mezzo secolo fa, diplomato al liceo scientifico e poi laureato in Ingegneria civile all’Università La Sapienza con una storia non politica e, ipse dixit, neppure comunista. Imprenditore, nel 1994 è stato nominato membro del Consiglio di Amministrazione della Rai. Dal 1995 al 1998 è stato amministratore delegato di Roma Duemila, società di proprietà del Gruppo Ferrovie dello Stato, che aveva il compito di coordinare gli interventi di riqualificazione urbana e infrastrutturale della città anche in previsione del Giubileo del 2000. A fine degli anni Novanta è stato nel CdA di Banca di Roma e dal 2007 al 2008 in quello di Unicredit. Ma soprattutto, alle ultime elezioni comunali, quelle vinte da Ignazio Marino, Marchini fu tra i primi a lanciare la propria candidatura a sindaco di Roma. "Io amo Roma" fu uno dei suoi slogan, il più celebre, che ha come simbolo un grande cuore rosso. Forse, dopo il suo endorsement al contrario, ovvero "non aver mai votato comunista", l’unica cosa rossa che gli resta di veramente rosso. Dettaglio, in pochi se lo ricorderanno: Marchini era pure riuscito ad ottenere le firme necessarie per presentarsi alle primarie del centrosinistra, salvo poi rinunciarvi in extremis. Il suo programma era eterodosso: no all’Imu (ma gliel’ha fregata Renzi e poi sulla casa il copyright di non tassarla è di Berlusconi), riqualificazione di arte e cultura, mobilità e cittadino al centro di Roma. Tra le due linee d’azione politica c’era quella di puntare «a spezzare il consociativismo dei partiti», un vaste programme avrebbe detto il generale De Gaulle, anche considerando l’alleanza trasversale per le firme che han disarcionato Marino. Perché la politica è un’arte complicata, sicuramente più del gioco del polo. Soprattutto a Roma, dove il rischio dell’effetto alla Carlo Verdone, candidato in politica, in una parodia da "Gallo Cedrone", è sempre in agguato: «Signori elettori, ma sto fiume (ndr, il Tevere) ve piace o nun ve piace? Ci serve o non ci serve? Perché se ce serve, lo voglio vivere, lo voglio navigare e ce voglio pure fare il bagno. Ma se nun ce serve - e io dico che nun ce serve! - levamolo. Sotteramolo. Prosciugamolo». Il Trasimeno no, sennò poi a Repubblica e Corriere della Sera cosa scrivono.
L’amico dei comunisti che flirta con il Cav e dà una mano a Renzi
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