Roma Capitale

Mafia a Ostia, 12 condanne al clan Fasciani

Il processo sugli investimenti che facevano capo alla famiglia: 10 anni a don Carmine

Il tribunale di Roma ha condannato 12 persone a conclusione del processo sugli investimenti che facevano capo alla famiglia Fasciani, che per anni l'ha fatta da padrona nel territorio di Ostia e in alcuni quadranti sud della capitale. Disposto, inoltre, un risarcimento di un milione di euro per Roma Capitale, 500 mila a Regione Lazio. "Grazie al risarcimento ottenuto la giunta investirà ulteriori risorse per promuovere progetti a sostegno della legalità in particolare verso i giovani di Ostia", il commento di Nicola Zingaretti. Le condanne e il risarcimento dei danni Le pene più alte, in linea con le richieste dei pm Ilaria Calò e Carlo Lasperanza, sono toccate al capo clan, Carmine Fasciani (10 anni), alla moglie Silvia Bartoli (8 anni) e alla figlia Azzurra (7 anni). Gli altri nove imputati sono stati condannati a pene comprese tra i 6 anni e i 3 anni e 8 mesi di carcere. L'accusa contestata dalla procura era quella di intestazione fittizia di beni, con l'aggravante del metodo mafioso (riconosciuta dal collegio giudicante), con riferimento a stabilimenti balneari, chioschi-bar, esercizi di ristorazione, società, auto, concessionarie e immobili intestati a teste di legno (consapevoli e complici) ma in realtà riconducibili alla famiglia. Pesantissimo l'ammontare del risarcimento dei danni riservato alle parti civili a carico dei Fasciani (padre, madre e figlia) per il 70% e di tutti gli altri imputati per il restante 30%: un milione di euro a Roma Capitale, 500mila alla Regione Lazio, 100mila ciascuno alle associazioni Libera, Caponnetto e Sos Impresa. I pm: "Organizzazione criminosa di stampo mafioso" In sede di requisitoria, svoltasi lo scorso luglio, i pm avevano parlato di "un'organizzazione criminosa di tipo mafioso, che aveva gente vicina a Cosa Nostra, che autorizzava omicidi e gambizzazioni, si finanziava con le estorsioni e il narcotraffico, che induceva la vittima di turno a negare i soprusi e a non denunciare, che si faceva essa stessa imprenditrice per mascherare la titolarità degli investimenti legati alla famiglia Fasciani". Secondo i magistrati "il metodo mafioso, rappresentato dall'esazione del pizzo e dall'intimidazione di terzi con l'uso delle armi o comunque della violenza ha consentito a questa organizzazione criminosa di infiltrarsi nel territorio, di ridurre la popolazione soggiogata all'omertà e all'assoggettamento, di sfruttare quella zona grigia, rappresentata dall'ausilio fornito da chi sapeva ma ha preferito far finta di niente per trarne comunque beneficio, come commercialisti, direttori di banca, amministratori e esponente politici, imprenditori collusi, e di portare avanti così i propri affari. Con una mano si facevano gli investimenti e con l'altra si sparava, un impegno spesso concomitante e contestuale", avevano evidenziato Calò e Lasperanza.

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