Roma Capitale

Uccise moglie e amante Condannato a trent’anni

Il duplice omicidio un anno fa negli uffici Inps

«Oddio, oddio, oddio…ho ucciso mia moglie e l’amante…chi ci penserà ai miei figli se mi ammazzo…». È il 26 settembre 2014 quando Mauro Micucci, dipendente Inps, telefona ai carabinieri per denunciare il duplice omicidio appena compiuto. A distanza di poco meno di un anno il Tribunale di Roma lo ha condannato a 30 anni di carcere. La pena più dura per chi sceglie il rito abbreviato. L'equivalente di un ergastolo, per un imputato di 58 anni. Si è concluso ieri il processo per l’assassinio dei presunti amanti Daniela Nenni, 55 anni - moglie di Micucci come lui impiegata nella sede dell’Ente - e Alessandro Santoni, sposato, tecnico di 35 anni che lavorava come manutentore per una ditta esterna all'Inps e aveva una piccolo ufficio al piano seminterrato del palazzo.     I QUATTRO FIGLI «Bene la condanna, ma in questa vicenda non ci sono vincitori, ma solo sconfitti», ha commentato l’avvocato Sebastiano Russo, che con la collega Daniela Ceci ha curato la difesa della parte civile, ottenendo il risarcimento danni da quantificare in altra sede. «Un pensiero – aggiunge Russo – va anche e soprattutto ai figli delle due vittime»: tre ragazzi di 21, 18 e 9 anni della coppia Micucci e Nenni (affidati alla zia), e una bimba di 4 anni di Santoni. Secondo il Tribunale di Roma, che ha accolto le richieste della Procura della Repubblica, si sarebbe trattato di un massacro premeditato.     L’ACCUSA In particolare, ritiene il pm «dopo essersi armato di un pugnale del tipo militare che prelevava all’interno della propria abitazione, cagionava la morte della coniuge Daniela Nenni e di Alessandro Santoni, attingendoli con numerose coltellate sul corpo». Il tutto, «con l’aggravante dell’aver commesso il fatto con premeditazione e dall’aver agito nei confronti della coniuge». «Non si è trattato di un gesto d’impeto», ha spiegato l’avvocato Ceci, «bensì di un fatto deciso con precisione».     L’ASCENSORE La vicenda può essere ricostruita con la trascrizione della telefonata che Micucci fa ai carabinieri. Il tenore è agghiacciante. «Senta - dice l’uomo - può mandare una volante a via Umberto Quintavalle, Inps…c’è stato un duplice omicidio, sono il marito di una delle vittime». «Ma le ha ammazzate lei?», chiede il carabinieri. «Sì, mi chiamo Mauro Micucci». «Le due vittime chi sono - ribatte il militare - sua moglie?», «e l’amante - afferma l’assassino - dentro l’ascensore…con un coltello…oddio! Oddio! Oddio (piange)…ce l’ho ancora qui in mano (il coltello, ndr)».     IL COLTELLO DA GUERRA «Che coltello ha usato - chiede il carabiniere – un coltello da cucina?», «no – risponde Micucci – da guerra». «Ok - continua il carabiniere - ma che è successo? Avevate problemi?», «avevamo dei problemi - spiega Micucci - ma lei…ultimamente mi ha fatto passare le pene dell’inferno…non ce l’ho fatta più…(…) i miei figli sono… il più grande col più piccolo stanno alla Lodigiani, stanno facendo gli allenamenti di calcio…oh Dio».     IL MIGLIORE AMICO L’arresto avviene poco dopo. Nei giorni successivi compare davanti al pm per raccontare la sua verità: «Santoni era il mio migliore amico, e io ultimamente ci parlavo con lui, gli dicevo: “Perché non cerchi di parlare con lei visto che tu parli bene, e cerchi di farle capire che io…insomma…vorrei ricominciare». Tuttavia col passare del tempo, Micucci si sarebbe accorto che tra l’amico e la moglie c’era qualcosa di più che una semplice amicizia. «L’8 agosto (2014, ndr) l’ho messo alle strette e lui ha spifferato tutto…che c’avevano sta relazione da due, tre mesi; disse che lui non voleva, che era stato tirato dentro, come al solito…e io gli dissi “guarda che non è così, perché se uno non vuole, non vuol!” (…) m’aveva rovinato la famiglia – conclude Micucci - lui la famiglia sua se la teneva a casa…».

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