Saltare le enormi liste d’attesa per i ricoveri negli ospedali pubblici grazie ai favoritismi del medico "amico". Un abuso d’ufficio tanto frequente quanto fastidioso perché in gioco non c'è solo un principio di uguaglianza e legalità ma la salute dei cittadini. Secondo la procura di Roma F.P, luminare dell’ortopedia italiana e medico all’Umberto Primo di Roma, avrebbe favorito i suoi pazienti precedentemente visitati in intramoenia facendogli scalare in fretta le lunghe liste d’attesa per i ricoveri presso l’ospedale pubblico in cui lavorava. Per questo motivo, ieri, il dottore è stato rinviato a giudizio. Il processo servirà a chiarire questa vicenda che appare essere molto più contorta di come sembra. Una storia che inizia nel 2006, con una continua lite tra il dottore e la caposala, un’infermiera che qualche tempo fa era già stata rinviata a giudizio per aver calunniato il medico attribuendogli affermazioni e ingiurie che adesso la procura reputa non essere state mai esternate dal dottore. La donna infatti aveva raccontato agli inquirenti che il medico, oltre ad averla offesa, l’avrebbe anche colpita con un pugno al volto. Un’accusa, quella dell’infermiere, che oltre a causare un procedimento per una presunta calunnia nei confronti della donna, avrebbe suscitato l'interesse dei carabinieri. I militari dell’Arma, indagando, avrebbero scoperto che F.P. avrebbe «disposto il ricovero - recita il capo d’imputazione - presso l'ospedale Umberto Primo di alcuni pazienti che aveva precedentemente visitato in regime di ALPI presso altre strutture sanitarie senza rispettare le liste di attesa dell'ospedale, così agevolando i pazienti ALPI e contestualmente incrementando i propri profitti derivanti dal constatato aumento dei pazienti che si rivolgevano alle strutture private». In altre parole gli inquirenti ritengono che il dottore avrebbe agevolato i pazienti che si recavano presso il suo ambulatorio, in regime di intramoenia, nella speranza di aumentare il numero dei malati che si rivolgevano a lui. Si tratterebbe di una quindicina di casi in tutto che però, secondo la difesa, sarebbero frutto di una vicenda sollevata da un contenzioso lavorativo creato dall'infermiera. Ad ogni modo un rinvio a giudizio non equivale a una sentenza di condanna e il processo che ne seguirà servirà a fare luce sull'accaduto. «Il mio assistito non ha scelto scorciatoie e vuole una sentenza di assoluzione senza ombre - afferma il legale che difende l'imputato, l’avvocato Francesco Maria Cardulli - In questo senso è importante che il giudice abbia accolto la costituzione di parte civile del mio assistito» conclude il legale.
Niente lista d’attesa al paziente «privato»
Processo a un ortopedico dell’Umberto I