Una intollerabile manifestazione di arroganza e di potere che fa apparire Roma come la nuova Corleone degli anni bui, dove il simbolismo mafioso travalica l’accettabile e si palesa senza nessun timore di quelle che dovrebbero essere le inevitabile conseguenze. Ma anche un carosello funebre, kitsch, circense, pacchiano, esageratamente surreale, come solo i Casamonica sanno essere e apparire da decenni agli occhi dei romani. C’è tutto questo e molto altro nei funerali da «Padrino» svolti ieri a Roma, per celebrare l’ultimo saluto a Vittorio Casamonica, storico «capo clan» della potente cosca nomade che, da anni oramai, si è imposta nella Capitale nella gestione del mercato degli stupefacenti e del racket delle estorsioni. La carrozza nera con bassorilievi dorati dei primi anni dello scorso secolo, trainata da tre file di cavalli irlandesi, le note del padrino, i manifesti che inneggiano alla potenza dell’uomo stroncato dal cancro - «Vittorio Casamonica Re di Roma» o ancora «Hai conquistato Roma, ora conquista il paradiso» – sono uno scempio che va oltre il pacchiano. I Casamonica, clan composto da famiglie sinti, etnia nomade ormai presente da decenni in Italia, a Roma comandano e comandano ben oltre i traffici criminali e mafiosi che portano avanti, con amicizie e protezioni importanti in ruoli che contano. Così ci si chiede: poteva avvenire tutto questo senza le necessarie autorizzazioni? E chi le ha date? Oppure, chi ne ha fatto a meno? Sono domande inevitabili, nel momento in cui si vede ostentare il consenso pubblico della mafia (o della criminalità, chiamatela come vi pare) e non basta «l’imbarazzo» che filtra da oltre Tevere per ricondurre tutto ad un episodio di singola arroganza. Così, come dare torto a Mina Welby che, nel 2006, si vide negati (proprio dalla stessa Parrocchia, quella di Don Bosco) i funerali di suo marito Piergiorgio, colpevole di essere andato contro la dottrina cattolica, avendo chiesto l'interruzione della ventilazione che lo teneva in vita da anni. Le scene delle esequie del 65enne Casamonica sono già viste e riviste. Dalla Sicilia dei corleonesi, sino al 2013 quando a Montreal si tennero i funerali di Vito Rizzuto, il capo della mafia italo-canadese, morto a 67 anni. Anche in quella occasione tanta fu l’immediata indignazione nella «Little Italy» montrealese. Eppure la mafia, si sa, ha sempre fondato tutto sul consenso sociale e sulle occasioni come queste, dove «ominicchi» di sciasciana memoria vengono dipinti come «Re». Occasioni nelle quali non basterà l’indignazione del momento, per evitare che non ci sia qualche «picciotto» del clan degli zingari che, vedendo i petali lanciati dall’elicottero in cielo, si convinca davvero che sia morto un Re.
Un carosello circense per il «re di Roma»
di Paolo Borrometi