C’era una volta l’Atac. Tram, autobus e filobus erano di colore verde. Davanti saliva solo chi aveva la tessera e a «poppa» c’era il bigliettaio, seduto su uno strapuntino e «armato» di un blocchetto di biglietti di carta sottile rosa e di una spugnetta umida per bagnare il dito infilato in un cappuccio in gomma con cui strappava il tagliando. Il passaggio costava 50 lire. L’abbonamento mensile «intera rete», tremila. Così era il trasporto pubblico nella Capitale fra gli anni ’60 e i ’70. Ma la storia dell’azienda comunale comincia molto prima, nel 1909, quando viene costituita la AATM (acronimo di azienda autonoma tramviaria municipale), che presto cambia nome in ATM, cioè azienda tranvie municipali. La data del debutto del collegamento commerciale da piazza Colonna alla zona «operaia» di Santa Croce in Gerusalemme è il 21 marzo 1911. In quell’anno entrano in attività le prime tre linee tranviarie. E tra il 1919 e il 1921 l’ATM assorbe progressivamente la vecchia Società Romana Tramways Omnibus, che operava quasi in regime di monopolio. Nel 1925, con l’istituzione del governorato di Roma, la sigla diventa ATG, che 24 mesi più tardi ricambia in ATAG e, quando la Capitale diventa Comune, nel ’44, assume l’attuale definizione. Alla fine degli anni ’20, comunque, le prime automobili cominciano a competere con i i mezzi pubblici. Il Campidoglio elimina i tram dal Centro, che vengono sostituiti dai bus a benzina. Il secondo dopoguerra è dramattico anche per i trasporti: i bombardamenti sugli impianti del Prenestino e del Tiburtino hanno distrutto la maggior parte dei veicoli, mancano carburante ed energia elettrica e la Liberazione del 4 giugno vede l’azienda sull’orlo del collasso. Lento e travagliato il «parto» del trasporto sotterraneo. Nel ’55 entra in funzione la prima linea della metro, da Termini all’Eur. Ci vorranno, però, altri 25 anni per la seconda, che collega Ottaviano con Cinecittà, altri dieci per l’attivazione della «tratta» della linea A Termini-Rebibbia (1990) e nove per il segmento Ottaviano-Valle Aurelia, che un anno dopo sarà estesa a Battistini. Il resto è storia recente. Ma per i romani che oggi hanno fra i 50 e i 60 anni, il ricordo è congelato su quei bus verdi col bigliettaio, una figura paterna e bonaria che dava sicurezza e aveva un ruolo fondamentale di deterrente per i «portoghesi». Le obliteratrici non esistevano, tuttavia i furbi non sfuggivano al suo occhio attento. Non solo. L’uomo sullo strapuntino invitava i passeggeri «distratti» a cedere il posto a sedere alla vecchietta di turno, interveniva con decisione se una ragazza veniva molestata da qualche «pappagallo» o un’anziana subiva un tentativo di borseggio. E, non da ultimo, gestiva la distribuzione delle persone a bordo con la classica frase «Avanti, c’è posto...». Forse non era «tecnologico», ma il trasporto pubblico funzionava, tram e filobus non inquinavano e il cittadino in attesa alla fermata aveva una certezza: sarebbe arrivato in tempo a destinazione.
Quando il mezzo pubblico era amico e funzionava
Nel '55 entra in funzione il metò va dalla stazione Termini all'Eur
