Ancora l’ombra della ’ndrangheta su un ristorante del centro di Roma. Ieri gli uomini della Direzione investigativa antimafia di Renato Chicoli hanno sequestrato il 60% delle quote della società Barroccio 2015 srl, insieme all’omonimo ristorante in via dei Pastini, tra piazza di Pietra e il Pantheon, nonché la somma di 70.000 euro circa depositata su un conto corrente bancario. Un tesoro del valore di quasi un milione di euro. Tutto riferibile a Salvatore Lania. Lui è un imprenditore calabrese, di Seminara. È una vecchia conoscenza della Dia. Già nel marzo scorso erano stati messi i sigilli il ristorante er Faciolaro, sempre in via dei Pastini, e alla rivendita di souvenir, articoli per l’arredo e soprammobili «Mi&Chi» in via della Rotonda, sempre al Pantheon. Beni per altri dieci milioni di euro. Il provvedimento di ieri, chiesto dalla Direzione distrettuale antimafia e concesso dal giudice del Tribunale, non comporterà la cessazione dell’attività commerciale e la conseguente perdita del posto di lavoro di cuochi e camerieri impiegati. Le serrande continueranno a rimanere alzate e la gestione passerà sotto il controllo di amministratori nominati dall’autorità giudiziaria. Pare che mettere le mani anche sul Barroccio non sia stato difficile. Assieme al Faciolario, questo ristorante si trova sulla stessa via del centro. Sono uno di fronte all’altro. Fino a pochi anni fa entrambi erano gestiti da due fratelli, che ne avevano preso le redini dopo la scomparsa del padre che aveva costruito la fortuna dei locali. Poi di recente si sarebbe fatto avanti il Lania. Prima con il Faciolaro e successivamente con il Barroccio, piazzando delle teste di legno a gestire il patrimonio di famiglia. Ma chi è Lania? Da dove vengono tutti questi soldi? Gli investigatori non credono che l’imprenditore sia un pezzo da novanta del giro. Ritengono che possa essere uno dei terminali del flusso di denaro che dalla Calabria arriva sino a Roma, destinato a essere reinvestito. Quindi per capire chi è Lania hanno guardato alle sue frequentazioni. Sono giunti sino alla cosca Alvaro, alla quale nel luglio 2009 carabinieri del Ros e Guardia di finanza tolsero dalle mani il Cafè de Paris, storica insegna di via Veneto, strada della Dolce Vita famosa in tutto il mondo, dove i calabresi avrebbero piazzato la loro bandiera rendendo ancora più forti le proprie radici nella Capitale. È da allora che il nome di Salvatore Lania è cominciato a circolare sulle carte della Dia. Prima se ne è parlato in una vicenda penale su un presunto traffico di merce contraffatta, dal Vietnam sino a Roma. Processo, però dal quale l’imprenditore è uscito assolto. In seguito gli occhi degli investigatori sono rimasti puntati sul calabrese. Sino ad arrivare ai sequestri di marzo e di ieri. Con una riflessione del Gip. «Il reddito dichiarato (da Lania, ndr) – è scritto nell’ordinanza del gip – nel 2008 era zero, nel 2009 di 82 euro, nel 2010 e 2011 era zero».
Odore di ’ndrangheta Sigilli al Barroccio ristorante in centro
«Congelato» il 60% delle quote a un imprenditore legato agli Alvaro
