Avanti con gli sgomberi e identificazioni. I profughi, qualche centinaio di nazionalità etiope ed eritrea, per giorni erano rimasti accampati nel piazzale di fronte la stazione Tiburtina, trovando riparo sotto gli alberi e nelle aiuole. Chi con un telo dove distendersi, chi solo con un cartone. Non avevano acqua né cibo, non avevano nemmeno un bagno. C'erano donne, una delle quali incinta e la gran parte erano giovani. "Vogliamo andare via dall'Italia, in Germania", aveva raccontato uno di loro a una cronista dell'Adnkronos poco prima dell'arrivo della polizia. Come ha spiegato l'assessore alle Politiche Sociali di Roma Capitale Francesca Danese, che ha chiesto un tavolo urgente con prefettura e Viminale, i migranti "in fuga dalle guerre e dalla povertà, usano l'Italia come un ponte per raggiungere il Nord Europa, soprattutto Svezia e Germania, e perciò non vogliono essere identificati nel nostro Paese". All'arrivo degli agenti, nella piazza si è scatenato un fuggi fuggi generale: solo in 18 sono stati identificati e portati all'ufficio immigrazione, gli altri si sono dispersi. In tutto sarebbero circa 500. Appena è intervenuta la polizia sono fuggiti facendo perdere le proprie tracce per le vie della Capitale. Effetto Shengen, ma non solo. Pochi, tra le centinaia di migranti accampati sanno che fino al 15 giugno non riusciranno a varcare la frontiera italiana verso il Nord Europa, causa la sospensione degli accordi di libera circolazione per il G7. Ci sono bambini, donne incinte, molti ragazzi giovani, anche minorenni. Attendono sul piazzale di avere i soldi per rimettersi in viaggio. Non solo: già da quando è stato sgomberato l'insediamento abusivo in via delle Messi d'Oro, a Ponte Mammolo, molti eritrei, etiopi e somali in transito si sono ritrovati senza un luogo dove andare. E così, tra quelli che hanno rifiutato di essere trasferiti al centro Baobab di via Cupa, alcuni si sono stabiliti nel piazzale della stazione. "Accogliere tutti è fisicamente impossibile. Quello che si cerca di fare è inserire, intanto, i minori e le donne incinte nei posti che offre il Comune", spiegano alcuni operatori sociali, che da giorni monitorano la situazione. I ragazzi accampati parlano della Francia e della Germania, ma guardano anche più a Nord, alla Norvegia e alla Svezia: nessuno vuole rimanere in Italia, eppure sono tutti fermi. "Qualcuno è riuscito a partire, ma qui siamo sempre di più", racconta un giovane eritreo, passato per il Sudan, la Libia e la Sicilia, prima di approdare a Roma. In tanti raccontano di aver pagato, diverse migliaia di dollari, per raggiungere l'Italia con la speranza di andare in Europa del Nord. Alla ricerca di un biglietto per l'Europa. "Siamo qui perché non abbiamo i soldi per il biglietto, 120 euro per la Germania", dice uno di loro. Altri, che forse hanno già ricevuto il denaro, pensano "di partire domani: prendiamo il treno e arriviamo in Germania. Non ci fanno entrare? Va bene, allora andremo in Olanda". "La Libia è un posto orribile, è pericoloso. Siamo felici di essere riusciti ad arrivare in Italia. Adesso aspettiamo i soldi per andare avanti", sono le parole di molti dei ragazzi. Al collo la maggior parte porta un rosario, altri hanno croci tatuate sulle braccia. "Siamo cristiani- dicono- in Libia avevamo paura ci tagliassero la testa". Nel parcheggio dei bus o sotto il cavalcavia di Via Tiburtina, "da una parte ci sono gli eritrei e dall'altra gli etiopi, ci siamo organizzati così", racconta un ventenne. "Ho lasciato mia moglie in Etiopia, spero mi possa raggiungere tra un paio d'anni", dice. Per mangiare, "chi ha i soldi se lo compra da solo, ma la sera passano volontari di associazioni cattoliche a distribuire del cibo", racconta una ragazza, che spiega: "Alla fine riusciamo a mangiare tutti i giorni, in Libia ho mangiato una sola volta in una settimana".
Tiburtina invasa dai clandestini. Blitz della polizia
All'arrivo delle forze dell'ordine scappano per non essere identificati: in centinaia erano accampati da giorni di fronte alla stazione FOTO
