Se il buongiorno si vede dal mattino, allora s’è già fatto buio. Eccolo lì il primo documento comune del campo largo, presentato ieri in Parlamento da tutta la comitiva rossa, rosé, fucsia e pure arcobaleno. Leggetelo e c’è da rabbrividire: rottura con la Nato, più tasse, attacco alla casa, niente autonomia. La conferma di una linea estremista. La sola idea di consegnare a questa gente le chiavi di casa è letteralmente da pazzi.
Ventuno punti, e nessuno che non puzzi di statalismo d’antan, di quella sinistra che confonde ancora il bilancio dello Stato con il libretto della nonna. Si comincia con la Nato: «Riconsiderare radicalmente gli impegni». Traduzione: si fa finta di non sapere che si innescherebbe una crisi che in un amen ci porterebbe ai margini dell’Occidente, tipo il loro amico Pedro Sanchez, con gran compiacimento a Pechino, a Teheran e pure a Mosca. Non si sa se ridere o piangere: a sinistra accusano Trump di avere soggezione di Putin, ma loro ripetono le filastrocche putiniste di Giuseppe Conte e le presentano in Parlamento.
Poi arrivano (bene, meglio tardi che mai) le critiche al Patto di stabilità. Peccato che a cucinarlo sia stato uno chef di nome Paolo Gentiloni. E cosa vogliono ora i compagni, anziché scusarsi? Altri progetti «come il Next Generation EU», dimenticando che quel modello ha già prodotto più burocrazia che risultati e che i conti, alla fine, li paga sempre qualcuno, cioè i contribuenti. Poi arriva il festival della spesa allegra: salario minimo per legge, congedo paritario al cento percento, più sanità, più pensioni, più case pubbliche, più istruzione, più trasporti, più clima, più tutto.
E come si paga? Con la «vera riforma tributaria progressiva», cioè con più tasse su chi produce, su chi investe, su chi rischia. E non basta ancora. Si chiede di rinunciare all’autonomia differenziata: perché l’idea che una Regione possa gestire meglio di Roma è, per questa sinistra, un’eresia. Meglio tutto uguale, tutto lento, tutto mediocre. È un documento che non smontai problemi: li moltiplica.
Non disegna una alternativa. Offre il ritorno a un’Italia che spende prima di produrre, che redistribuisce prima di crescere, che accumula debito e si sfila dagli impegni atlantici. Vi rendete conto del rischio che corriamo alle prossime elezioni? Meglio non distrarci.
