Un morto non può tornare in vita. Ma un defunto sotto formalina può dare la cura per continuare a vivere. A un bambino di sette anni l’ha donata il neonato che al museo anatomico dell’ospedale Forlanini, unico nel suo genere in Europa. Un miracolo scientifico. È successo a Roma. L’indirizzo è in via Bernardino Ramazzini, zona Portuense. Lì si trova l’entrata del nosocomio dal 1° gennaio di quest’anno finito tra le proprietà della Regione Lazio. Al piano terra, dove una volta c’era la Direzione generale, si trova il museo battezzato col nome del suo fondatore Eugenio Morelli, primo direttore dello storico presidio. Dentro un odore pungente e tante teche in vetro: grandi, medie, piccole e minute. Sono alte e capienti, oppure strette e basse disposte su uno spazio di 1.200 metri quadrati. Contengono il corpo umano. Ma non è uno soltanto. Ogni sistema vitale è separato dall’altro. Si vede la foresta di capillari che irrora gli organi, chiome in cui ogni disegno è distinto come in un cristallo. C’è il sistema nervoso disteso coi suoi rami grossi e sottili. E poi le ossa e i muscoli. In tutto sono circa i 900 preparati che vanno a comporre le quattro sezioni della galleria: anatomia umana normale, patologica, radiologica e chirurgica. Su un ripiano, immerso in un grosso cubo in vetro, c’è un feto di nove mesi. Il liquido lo conserva intatto dandogli un colore giallo-verde. Ha la testa dritta, calva, gli occhi chiusi. Non solo è completamente formato, ma è smisuratamente grosso. Le dimensioni del suo corpo sono esagerate. Era affetto dalla sindrome di Simpson-Golabi-Behmel. Un’anomalia genetica che ha colpito anche il ragazzino in vita. È cercando di curare lui che si è arrivati all’altro "addormentato" nella teca. I medici hanno accertato che nel Dna del bimbo qualcosa non andava. Si sono messi al lavoro e hanno ricostruito l’albero genealogico. Sono arrivati alla bisnonna materna, ai suoi due figli, scoprendo che uno non era sopravvissuto ed era stato portato al museo del Forlanini a Roma. I dottori hanno chiesto le autorizzazioni necessarie arrivando a prelevare un lembo di pelle dal neonato nella teca. Come dire, la vita dalla morte. Infatti la cura è stata trovata. Ora è l’esistenza del museo a essere in pericolo. Il Forlanini vive in un complesso architettonico inaugurato alla vigilia della Prima guerra mondiale. È maestoso e in parte diroccato. Una bellezza dimenticata, come la chiesa costruita nella pancia dell’ospedale, con il Cristo sul crocifisso vestito da una coperta e l’organo a canne diventato piccionaia. Dopo tanti fasti, oltre duemila presenze e ancora luogo di formazione di aspiranti dottori, oggi la galleria sopravvive per la forza di volontà e la passione del professor Torniello, anatomopatologo del Forlanini, ora in pensione. È lui che si preoccupa di riportare a livello la formalina nei contenitori. È lui ad accompagnare medici e universitari in giro per lo stanzone. E per un gioco del destino, è sempre un medico legale a dover decidere le sorti del pezzo unico. Infatti, per la sua formazione accademica «so perfettamente il valore del museo - dice il direttore generale dell’azienda ospedaliera, Antonio D’Urso - Il museo non può morire. Al San Camillo bisogna trovare gli spazi dove sistemarlo. Per ora ci sono altre priorità da affrontare. Ma il museo resterà».
Quel miracolo al museo anatomico Nella teca il neonato che visse due volte
Fabio Di Chiof.dichio@iltempo.it Un morto non può tornare in vita. Ma un defunto sotto formalina può dare la cura per continuare a vivere. A un bambino di sette anni l’ha donata il neonato che al...
