«È un violento, un bullo di cultura medio-bassa che litiga anche con i suoi coetanei. Lo prenderanno». Lo dice il criminologo Carmelo Lavorino. Qualche ora prima del fermo in Questura del giovane che venerdì mattina ha violentato una tassista nella zona di Ponte Galeria a Roma, il criminologo aveva tratteggiato il suo profilo psicologico. Volevamo sapere chi poteva nascondersi dentro il bruto che in pieno giorno, quando la città si mette in moto all’inizio di una nuova girnata, ha fermato la tassista 43enne con il cenno di una mano e l’ha condotta in un violottolo di campagna per picchiarla, e sottometterla ai porci comodi propri. Una domanda che incuriosisce ancora di più ora che l’hanno preso (sospettando che sia lui il responsabile). E Lavorino, che di casi violenti ne ha seguiti tanti - uno su tutti il Mostro di Firenze - e che si è occupato di scovare serial killer e ha tracciato parecchi profili psicologici di criminali con la «c» maiuscola, ha provato a fornire una risposta. Lavorino, se dovesse tratteggiare il profilo psicologico di questo giovane uomo che hanno appena preso, come lo descriverebbe? «Ha lasciato tracce biologiche, forse dattiloscopiche. Di sicuro gli investigatori credo stiano cercando di risalire al suo modus operandi. Bisogna capire se questa persona ha agito già altre volte e in che modo. La tecnica predatoria può dire molto sul modo di fare. Ecco perché è importante assodare se il soggetto si è reso responsabile di altre rapine a tassisti. È basilare per capire come agisce, se lo fa sempre nella stessa maniera, oppure ha subito delle accelerazioni, ci sono stati dei cambiamenti. In questo caso si è fatto dominare dal fattore libidinoso. Bisogna stabilire se lo ha fatto perché ha visto una donna piacente e ha voluto approfittare della situazione, come fanno alcuni rapinatori che fanno irruzione in casa e trovano una donna sola. Altrimenti può darsi che abbia precedenti penali minori e che in quell’occasione, diciamo, siano esplosi nella violenza sessuale». Cosa farebbe se dovesse essere lei a dovergli dare la caccia? «Bisogna capire come parla il soggetto, dove ha preso la persona, dove ha colpito, in quali luoghi: perché in via Aurelia ci sarà pure dovuto arrivare. Al riguardo occorre vedere quale contributo possono aver dato alle indagini le registrazioni fatte dalle telecamere che sono su via Aurelia e che possono aver ripreso il soggetto: sia nella fase in cui si è sbracciato per fermare il taxi, sia nelle fasi precedenti a quando è salito sulla vettura. E cioè in che modo ha raggiunto la strada a scorrimento veloce. Inoltre può aver lasciato delle tracce visive di sé. Va verificato se ci sono testimoni. Si controllano le celle telefoniche per notare se ci sono state sovrapposizioni di segnali, ricorrenze e coincidenze. In sostanza, si mette insieme una serie molto ampia di indicatori che definiscono un profilo psico-comportamentale e seduttivo del soggetto». Oltre alle eventuali segnalazioni, può indicarci in che modo e su quali tracce potrebbero aver lavorato gli investigatori? «Intanto il riferimento dell’età, che si aveva dalla descrizione fornita dalla vittima: sui 25-30 anni. Un indizio importante anche la conoscenza della zona del delitto: il soggetto è stato caricato sull’Aurelia e si è fatto portare in zona Ponte Galeria. Poi vanno aggiunti alcuni elementi: il tipo di comportamento, se ha l’auto o il motorino. La sua strategia, come faccia a scegliere le vittime, se sono casuali o agisce in maniera organizzata, istintiva, qual è la sua competenza criminale». Lei ha visto l’identikit dell’aggressore diffuso dalla polizia? «Sì. E, da come si sarebbe comportato, penso che la persona in questione è uno che non tema di essere riconosciuto, di lasciare il proprio Dna. E infatti così aha agito. Potrebbe essere uno in preda a una compulsione predatoria, che rapina per soldi. Oppure sessuale. O si sta vendicando contro la società facendo questo ragionamento: "Tu non mi vuoi e io mi rifaccio contro qualcuno di una classe sociale a rischio". Tutte domande che si è posto sicuramente che indaga e a cui si è cercato di fornire una risposta. E poi gli investigatori hanno lavorato anche per un profilo "geografico": il posto dove ha scelto la vittima e dove l’ha lasciata diventa un altro indizio da connettere con tutti gli altri». È stato utile pubblicare la ricostruzione del suo volto? «Utilissimo. Probabilmente il ragazzo ha le sopracciglia sottili perché le depila. Ha una cultura medio-bassa, si potrebbe dire il classico "coatto", il bullo, il tipo che picchia. Anche se spesso anche chi studia all’università potrebbe non riuscire ad affrancarsi dal suo passsato di riferimento». Per cui il fatto che ha dato un pugno in faccia alla tassista potrebbe significare molto di più? «Non gira armato, è violento, collerico, abituato ai litigi anche nei confronti dello stesso sesso. La capacità di sferrare un pugno deve presuppore la certezza di poter sopraffare la vittima. È un soggetto aduso alla violenza. A mio avviso ha già avuto a che fare con la giustizia». In casi del genere quanto sono importanti le banche dati delle forze dell’ordine? «Sono molto importanti. La prima cosa da vedere è se il soggetto è per caso già presente in banca dati. Non è semplice ricavare e impronte papillari da una scena del delitto. A volte sono parziali, non perfettemente utili. Bisogna controllare se sono stati toccati i vetri o altre superfici dalle quali è possibile rilevare tracce. L’identikit è un’ottima idea, se assomiglia a qualcuno le persone fanno due più due e collaborano».
"Un bullo sempre pronto alla lite, ecco chi c'è dietro al mostro"
Parla il criminologo Carmelo Lavorino
