Occupare abusivamente un’area pubblica, costruirci una tensostruttura e adibirla a ristorante? Magari sfruttando le velleità da «centro sociale» per aumentare il business? Non si può fare. Ma agli attivisti-imprenditori evidentemente il concetto non è chiaro. Così ieri mattina, per la terza volta in un anno, la Polizia Locale ha fatto visita al centro sociale Corto Circuito, nel quartiere di Cinecittà Est, mettendo i sigilli alle cucine e sequestrando il gazebo che sorge nel giardino dello spazio occupato 25 anni fa. Gli occupanti, che negli anni hanno cercato di ottenere una sorta di riconoscimento dal Comune di Roma, hanno messo su un’osteria molto frequentata, che permetteva di mandare avanti il centro e, a quanto pare, di guadagnarci. Tutto alle spalle delle casse pubbliche, tanto che il centro di via Filippo Serafini era entrato anche nel dossier dell’inchiesta sullo scandalo Affittopoli, smascherato da «Il Tempo» ed ora all’attenzione della Procura di Roma. L’arrivo degli agenti del Gruppo sicurezza pubblica ed emergenziale (Spe), guidati da Antonio Di Maggio, su disposizione del pm Pierluigi Cipolla, è stato accolto dagli attivisti con attimi di tensione: una cinquantina di persone, infatti, hanno opposto resistenza e c’è voluto del tempo prima che si ristabilisse la calma. Per uno spazio occupato che potrebbe presto essere presto restituito alla cittadinanza, a uno che resterà fruibile dai romani. Stiamo parlando del Cinema L’Aquila, bene sequestrato alla mafia, la cui concessione agli attuali gestori è scaduta. Ieri l’assessore capitolino alla Cultura, Giovanna Marinelli, ha annunciato che presto ci sarà un nuovo bando e che verrà destinato alle cooperative sociali, così come il precedente. «Questo ci permette – ha detto l’assessore - di affrontare la necessaria continuità occupazionale dei lavoratori coinvolti, nel pieno rispetto degli indirizzi che la legge prevede per i beni confiscati alla mafia. È il risultato di un percorso comune con il municipio V che ha come obiettivo la salvaguardia di un progetto culturale così profondamente radicato nel territorio cittadino e che le difformità riscontrate sul piano amministrativo stava mettendo a rischio».
Un ristorante nel centro sociale. Sigilli alle cucine
Vincenzo BisbigliaOccupare abusivamente un’area pubblica, costruirci una tensostruttura e adibirla a ristorante? Magari sfruttando le velleità da «centro sociale» per aumentare il business? Non si...
