La Fiera di Roma è pronta a mandare via i primi 23 dipendenti, quasi un terzo rispetto ai 76 totali. Un preludio, secondo i sindacati, all’imminente fallimento dell’Ente. Tirava una brutta aria all’Assemblea dei soci di Investimenti Spa, svoltasi ieri mattina, dove i rappresentanti di Camera di Commercio (51%) e Roma Capitale (21%), oltre a quelli di Regione Lazio e Provincia di Roma si sono incontrati per ratificare l’avvio della procedura di licenziamento collettivo ai sensi della legge 223/91. L’approvazione del piano di rientro dal debito di 180 milioni da parte degli istituti bancari (in questo caso Unicredit), passa dal progetto di "valorizzazione" dell’area dell’ex Fiera di via Cristoforo Colombo, piano che prevede lo smantellamento dei locali esistenti e la realizzazione di circa 190 metri cubi fra residenziali e commerciali, per un valore stimato in circa 100 milioni di euro. Il progetto, già stato approvato dalla Giunta capitolina e dalla Commissione Urbanistica del Campidoglio, è in attesa di essere calendarizzato in Assemblea Capitolina, ma le spinte contrarie all’interno della maggioranza sono notevoli. Nel frattempo, il problema più imminente riguarda proprio questi primi 23 dipendenti, che dal 9 giugno potrebbero ritrovarsi senza lavoro. «Se fallisce Fiera di Roma siamo rovinati – ammette Franco Silvani, sindacalista Ugl – Anche sperando in 5 mesi di cassa integrazione in deroga, sarebbe soltanto una lenta agonia». Ieri i lavoratori erano i presidio sotto la sede di Investimenti Spa. Il presidente della Fiera di Roma, Mauro Mannocchi, chiede al Campidoglio di fare qualcosa: «Il futuro dell’Ente è legato a quel progetto di rivalutazione. Quest’anno abbiamo chiuso il bilancio con un pareggio d’esercizio. I conti sono a posto: il problema sono quei 180 milioni di debito e i loro interessi».
Fiera di Roma
Piano di rientro e posti di lavoro a rischio