Roma Capitale

Poliziotto rapì bimbo Infermità mentale da videopoker

Sequestrò l’amichetto del figlio Il riscatto serviva per il gioco d’azzardo

Versava «in una situazione di parziale incapacità di intendere perché in una condizione dissociativa data dal precipitarsi del suo disturbo da gioco d'azzardo». Con queste parole il professor Stefano Ferraguti, nella perizia depositata alla corte, ha spiegato la situazione psicologica di Massimo Guidi, il poliziotto processato per aver rapito un compagno di scuola del figlio chiedendo in seguito un riscatto per la sua liberazione. Soldi questi che sarebbero serviti all'imputato per continuare a sfamare la sua perversione legata al gioco d'azzardo. L’agente infatti, assistito dagli avvocati penalisti Salvatore Sciullo e Piergiorgio Manca, è stato condannato in via definitiva a scontare 4 anni e otto mesi di reclusione. La vicenda processuale però era tutt'altro che scontata. L’agente, dato il giudizio di primo grado, avrebbe dovuto scontare 8 anni dietro le sbarre. In appello però, davanti la giuria popolare della corte d'assise, i penalisti riescono a ottenere una riduzione della condanna: 6 anni di reclusione. La cassazione annulla con rinvio la sentenza per valutare l'imputabilità del poliziotto. È in questa fase che si insinua il dubbio: un uomo con patologie dovute al gioco d'azzardo è capace di determinare le sue azioni? Andiamo con ordine. Nel dicembre del 2011 l’agente Umberto Guidi, in zona Palombara Sabina, aveva rapito per alcune ore un compagno di scuola del figlio mentre attendeva l’autobus vicino casa. Dopo alcune telefonate anonime in cui veniva chiesto un riscatto di 63mila euro, il poliziotto era stato arrestato dai carabinieri, allertati dal padre della vittima. Ai militari aveva subito raccontato della sua dipendenza dal gioco d'azzardo. Era stata la passione per i videopoker a mandare in tilt la mente dell’imputato. Un desiderio irrefrenabile, una fame insaziabile aveva spinto un incensurato padre di famiglia a compiere un gesto estremo. Secondo il perito «vedeva solo due possibili uscite dalla situazione: il suicidio o l'atto criminale». L’agente così aveva organizzato un «maldestro tentativo di rapimento, compiuto in stato di coscienza attenuato». Infatti l'imputato «viveva la cattura con un senso di liberazione dall'oppressione del gioco e dalle conseguenze dello stesso». In altre parole: «Momentanea infermità mentale». Probabilmente si tratta del primo caso di infermità dovuta al gioco d'azzardo riconosciuta da un tribunale penale. Ne sono consci anche i legali dell'agente. «Siamo soddisfatti per l'esito della sentenza – ha affermato il penalista Salvatore Sciullo – Ad ogni modo siamo davanti ad un fenomeno preoccupante capace di distruggere la vita di una persona onesta e incensurata. La certificazione della momentanea infermità mentale dovuta al gioco d'azzardo rappresenta un campanello d'allarme. Speriamo in un intervento del legislatore volto a frenare la diffusione esasperata del gioco d'azzardo e ad arginare gli effetti delle dipendenze dovute alla ludopatia».

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