Una storia di presunta malasanità che potrebbe finire davanti ai giudici penali di piazzale Clodio. Una storia triste che ha per protagonista una donna che da poco ha saputo di essere rimasta in cinta per la seconda volta. La gioia per la seconda gravidanza però si smorza presto, dopo un normale esame di vollocentesi. La diagnosi non sbaglia: il feto che Stefania porta in grembo da 12 settimane è affetto da trisoma 21, l’anomalia genetica che significa sindrome di Down. Una volta scoperta la grave malattia che ha colpito la vita nascente, la donna (commerciante romana nemmeno quarantenne) e il suo compagno decidono di interrompere la gravidanza. Una decisione sofferta che Stefania M. si carica sulle spalle, recandosi all’ospedale San Camillo per un intervento di aborto. La coppia sceglie il San Camillo, uno degli ospedali più qualificati per questo tipo di intervento (se ne eseguono oltre quattromila ogni anno), ma quel giorno di agosto qualcosa non gira per il verso giusto. La donna arriva in ospedale di prima mattina come era stata ampiamente programmato, fa i controlli del caso e viene sedata per l’intervento per poi risvegliarsi sulla barella nella sala post operatoria. Dopo poche ore dall’operazione di raschiamento la donna viene dimessa e si trasferisce fuori città per un periodo di riabilitazione fisica e psicologica. Ma nei giorni successivi la donna sta male, accusa dolori sempre più forti: mal di testa, piccole perdite, fitte fortissime all’addome, fino alla mattina in cui, sotto la doccia, il fisico della donna reagisce espellendo il feto. Sono il marito e il fratello della donna a prestarle i primi soccorsi e a raccogliere dal piatto della doccia i resti del feto, ormai necrotizzato e che presenta una parte di cordone ombelicare. Una storia terribile che potrebbe costare il processo, per lesioni gravi, a Marina De Cupis, ginecologa del San Camillo. Il sostituto procuratore Vincenzo Bianco infatti ha chiuso le indagini a carico del medico ospedaliero, atto che in genere prelude la richiesta di rinvio a giudizio. Era stato il legale della donna, l’avvocato Piergiorgio Assumma a depositare a piazzale Clodio la denuncia che metteva nero su bianco quanto accaduto: dall’intervento del 13 agosto, fino a quello per rimuovere parti di placenta ancora presenti. Nella denuncia inoltre l’avvocato allega il referto medico redatto nel reparto di Anatomia patologica, la fotografa del feto espulso dalla trentottenne e una relazione che certifica lo «Stato depressivo fortissimo, stato di shock, alterazione comportamentale» subito dalla giovane donna in seguito a quanto successo. Nell’immediatezza dell’accaduto, l’ospedale San Camillo aveva aperto un’inchiesta interna per stabilire l’esatto svolgersi degli eventi e per risalire ad eventuali responsabilità dell’equipe medica che ha operato eseguito l’intervento.
Va in ospedale per abortire Espelle il feto dopo 10 giorni
Chiuse le indagini sull’intervento, ostetrica rischia il processo
