Ci sono gli otto villaggi della solidarietà, autorizzati e finanziati dal Comune di Roma, ribattezzati col nome delle zone periferiche che li ospitano: Lombroso, Candoni, Gordiani, Cesarina, Camping River, Castel Romano, Salone, La Barbuta. Poi ci sono i cosiddetti «centri di raccolta rom», tre, sempre aperti e mantenuti dall'amministrazione: via Salaria, via Amarilli teatro due giorni fa della guerriglia coi vigili urbani, e la Best House Rom, due edifici in via Visso a San Basilio che concentrano in stanze senza finestre 320 persone per un costo, all’anno, di circa 2,3 milioni, praticamente 60mila euro ogni 6 mesi per ciascun nucleo familiare. Infine, ci sono le favelas abusive, insediamenti più o meno grandi che «sporcano» l'immagine della città dal centro alla periferia: ne abbiamo contati almeno 100 alcuni, vedi il caso di via Salaria, cresciuti nel tempo fino ad ospitare fino a 30 nomadi, compresi neonati e bambini. Tre casistiche diverse, le prime volute e allestite dalle amministrazioni che negli anni si sono succedute e le altre nate e rimaste nell'illegalità più totale, che comunque producono lo stesso risultato: una montagna di soldi buttati al vento considerando, da un lato, l'evidente fallimento di ogni politica di integrazione, e dall'altro il degrado che assedia interi quartieri sempre più intolleranti. Stando agli ultimi dati diffusi dall'assessorato al Sociale, oggi a Roma si contano 7.348 nomadi stanziali, dei quali 6.012 censiti: in 4mila 300 alloggerebbero nei campi attrezzati, 521 nei centri di raccolta, 600 negli insediamenti ritenuti «tollerati» come Salviati 2 o quello sull'Olimpica, circa 600 nelle baracche, quindi in giro per la città. Come abbiamo documentato anche su queste pagine, la situazione è al limite sia nei villaggi autorizzati che in quelli abusivi. La prima cosa che vedono (e sentono) i turisti atterrati a Ciampino è il campo La Barbuta, inaugurato nel 2012 con una spesa di quasi 10 milioni di euro molti andati in fumo coi container (compreso quello della Croce rossa) incendiati dagli inquilini: i vigili hanno segnalato più volte discariche abusive e roghi tossici «da attenzionare vista la vicina presenza dell’aeroporto». Problemi anche per la rimessa Atac a Candoni, in zona Magliana: quando non piovono sassi «i rom incendiano montagne di immondizia, la mattina presto c’è così tanto fumo che non riusciamo neanche a vedere i mezzi, poi bloccano la strada coi loro camioncini, ormai quello lo considerano terreno loro». Indecenze istituzionalizzate e tollerate, che continuano anche negli insediamenti spontanei. Partendo dal centro: piazza di Porta Pia, corso d’Italia, ponte Sant’Angelo, ponte Milvio, villa Borghese, corso Francia, ponte Cavour, ponte Mazzini. La periferia è piena: Foro Italico, stazione Tiburtina, Ponte Mammolo, metro Quintiliani, via Bufalotta, via Flaminia, viale Oxford a Tor Vergata fino ad Ostia, tra l’Infernetto Casal Palocco e Madonnetta, non solo giacigli ma decine di baracche o roulotte ormai stanziali come nel parco delle Valli a Conca d’Oro nel III municipio o nell’area golenale del Tevere verso Magliana, già bonificata un’infinità di volte. Un problema, quello dei mancati sgomberi, che deriva anche dal taglio dei finanziamenti, 58mila 308 euro previsti per il 2015 a fronte dei 925mila stanziati nel 2012 o ai 150mila del 2013, numeri insufficienti per arrestare l’invasione ormai sotto gli occhi di tutti: «Perché ormai è scorretto anche parlare di micro-insediamenti - fanno notare i residenti del Mandrione, da anni obbligati ad una convivenza infelice - i nomadi non si nascondono più, tanto sanno che nessuno gli può fare nulla, e si stabiliscono dove vogliono».
Ottomila nomadi a peso d’oro
In città 8 villaggi della solidarietà autorizzati. Tre i centri "raccolta rom", centinaia le favelas. Da nord a sud ce ne è per quasi tutti i quartieri
