Roma Capitale

L’ identikit dei 10 indagati giovani fissati con la jihad

Sono sospetti di associazione sovversiva

Hanno un lavoro regolare. Alcuni in Italia, altri perfino all’estero. Non si tratta di una semplice «copertura» per nascondere altre attività e altri scopi. È la testimonianza che gli indagati dalla Procura di Roma per una sospetta associazione sovversiva con finalità di terrorismo sono persone ben integrate nel nostro Paese, già da diverso tempo. I dieci soggetti iscritti nel registro degli indagati sono quasi tutti giovanissimi, con un'età compresa tra i 18 e i 25 anni. Non mancano, però, personaggi più "maturi". Oltre a questi già finiti nell’inchiesta, altrettanti sono sotto la lente di ingrandimento dell'Antiterrorismo. L'anno scorso, infatti, una informativa dei servizi segreti aveva segnalato alle forze di polizia la presenza di 20 elementi a rischio perché vicini all'estremismo islamico. Tutti sono frequentatori di siti e forum jihadisti, dove prevalentemente seguivano i predicatori. Tra questi gli investigatori hanno individuato i 10 elementi più a rischio, che sono finiti direttamente nel fascicolo aperto dalla Procura di Roma. In media, i soggetti sotto inchiesta godono di un tenore di vita medio e fanno parte integrante della nostra economia. Non sono arrivati in Italia con i barconi che traghettano i profughi dalle coste del nord Africa verso quelle siciliane. Sono immigrati iracheni, iraniani, siriani e marocchini, ma non hanno scelto la strada della clandestinità per stanziarsi nel nostro Paese. Questo trova riscontro nel fatto che hanno la possibilità di svolgere un’attività lavorativa regolare. In alcuni casi si tratta di figli di immigrati, che parlano perfettamente l’italiano e sono in tutto per tutto occidentalizzati. Alcuni fonti de Il Tempo all'interno della comunità islamica, in passato hanno denunciato un «fenomeno sommerso che sfugge anche al controllo delle forze dell’ordine». Si tratta delle seconde generazioni di immigrati, di quei giovani nati in Italia da famiglie arrivate nel nostro Paese almeno da vent'anni, e che sono assolutamente insospettabili. Studiano, lavorano e conducono uno stile di vita in tutto e per tutto occidentalizzata, ma in testa hanno solo la jihad. Non frequentano le moschee e non sono inseriti nei normali circuiti religiosi della comunità musulmana. L'indottrinamento e l'arruolamento avvengono attraverso internet, che fornisce anche il supporto e le indicazioni per l'eventuale partenza verso la guerra in Siria. Nessun incontro con imam in moschee non autorizzate, dunque, e nessun segnale di cambiamento fisico o caratteriale. Tutto avviene nel buio del web, che raccoglie i segreti e i piani dei jihadisti di casa nostra. La storia dei dieci indagati dalla Procura capitolina è simile. Alcuni di essi, infatti, simpatizzano per il movimento islamista terroristico di Al Qaeda, altri per il gruppo jihadista dell’Isis. Ciò che li accomuna è il proposito di combattere una guerra all’Occidente, per motivi religiosi, ma anche politici, e sono in stretto contatto con «cellule» stanziate in altre capitali europee, come Bruxelles, Berlino, Londra e Parigi. Sono numerosi, infatti, gli spostamenti che gli investigatori hanno registrato e che potrebbero aver avuto lo scopo di favorire incontri tra fondamentalisti. Il pool antiterrorismo della Procura romana è al lavoro da diversi mesi su questa indagine, compresi tutti i suoi risvolti; molto tempo prima dell’attentato terroristico nella redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo. Parigi, come Roma, hanno infatti un’attrattiva maggiore per i fondamentalisti che vogliono propagandare la jihad. Rappresentano palcoscenici «ideali», perché racchiudono i luoghi-simbolo della civiltà occidentale e i luoghi di culto della religione cattolica. Al momento i combattenti volontari partiti dall'Italia verso la Siria sono 53. Quindici di loro, però, è quasi certo che siano morti in battaglia tra le fila dell'Isis. A perdere la vita per abbracciare il folle progetto jihadista sono tutti immigrati residenti da anni in Italia, alcuni anche di seconda generazione. Tra questi, al momento, non risultano convertiti. L'unico decesso fino ad ora accertato è quello di Giuliano Del Nevo, il ragazzo genovese scomparso in Siria nel 2013.

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