«Le lesioni subite dal Cucchi debbono essere necessariamente collegate a un’azione di percosse. E comunque da un’azione volontaria, anche una spinta, che abbia provocato la caduta a terra, con impatto sia del coccige che della testa contro una parete o contro il pavimento». Stefano Cucchi fu quindi picchiato ma non dagli agenti della polizia penitenziaria che erano finiti sotto processo: queste le conclusioni a cui è arrivata la Corte d’assise d’appello che ha così motivato la sentenza di assoluzione per gli imputati coinvolti sul decesso del giovane geometra romano, morto in un reparto dell’ospedale Pertini. Gli atti del processo ora torneranno alla Procura che potrebbe imbastire un nuovo procedimento: scrivono infatti i giudici che esiste «la possibilità di svolgere ulteriori indagini al fine di accertare eventuali responsabilità di persone diverse dagli agenti di polizia penitenziaria giudicati da questa Corte». E d’altronde, all’indomani della sentenza di assoluzione, era stato lo stesso procuratore capo Giuseppe Pignatone ad assicurare i familiari di Cucchi su una nuova lettura degli atti di indagine. «Non può essere definita un’astratta congettura l'ipotesi prospettata in primo grado, secondo cui l’azione violenta sarebbe stata commessa dai carabinieri che hanno avuto in custodia Cucchi dopo la perquisizione domiciliare – scrivono ancora i giudici di appello - che avanzano l’ipotesi che già prima di arrivare in tribunale Cucchi aveva segni e disturbi che facevano pensare a un fatto traumatico avvenuto nel corso della notte». Quello che, con l’assoluzione decretata dai giudici di secondo grado sembrava un caso chiuso quindi si riapre, anche perché i due processi finora archiviati non sono riusciti ad individuare la causa precisa della morte del ragazzo. «Le quattro diverse ipotesi avanzate al riguardo, da parte dei periti d'ufficio (morte per sindrome da inanizione), dai consulenti del pubblico ministero (morte per insufficienza cardio-circolatoria acuta per brachicardia), delle parti civili (morte per esiti di vescica neurologica) e degli imputati (morte cardiaca improvvisa), tutti esperti di chiara fama - si legge nelle quasi 70 pagine che motivano la sentenza di secondo grado - non hanno fornito una spiegazione esaustiva e convincente del decesso di Stefano Cucchi». «Dalla mancanza di certezze – sottolineano ancora i giudici - non può che derivare il dubbio sulla sussistenza di un nesso di causalità tra le condotte degli imputati e l’evento». Si ricomincia da capo quindi, con un nuovo, probabile processo, nel quale potrebbero finire personaggi (come i carabinieri della stazione Appia che si occuparono dell’arresto) finora rimasti fuori dalle indagini.
Caso Cucchi, tutto da rifare
Vincenzo Imperitura «Le lesioni subite dal Cucchi debbono essere necessariamente collegate a un’azione di percosse. E comunque da un’azione volontaria, anche una spinta, che abbia provocato la...
