D’accordo, le otto multe il sindaco Marino poteva pagarle a prescindere, evitando di dare un’altra arma ai suoi critici. Invece di denunciare complotti, poteva precipitarsi all’ufficio postale più vicino. Che colpo d’occhio sarebbe stato vederlo in fila con le contravvenzioni in mano. E che delusione avrebbe provato chi tenta, ogni giorno e con ogni mezzo, di metterlo in difficoltà. Del resto il terreno su cui si muove l’ex chirurgo é molto più ampio e complicato della Ztl di Roma. È un campo minato, in cui si intrecciano gli interessi di tanti. Innanzitutto dei partiti politici, anzi delle correnti politiche, a cui «l’uomo solo al comando» non garantisce spazi adeguati. È un contesto che non coinvolge soltanto la maggioranza che sostiene (più sulla carta che in modo concreto) il sindaco. In questo gioco di pesi e contrappesi c’è pure, eccome, l’opposizione. Nel centrodestra le grandi manovre girano intorno a due poli: Alfio Marchini e Matteo Salvini. Il primo è stato corteggiato in tempi non sospetti da Silvio Berlusconi. Se fosse dipeso soltanto dal Cavaliere, il costruttore di sinistra che guarda a destra sarebbe stato giá un anno e mezzo fa il candidato al Campidoglio di un’ampia coalizione. Giusto Berlusconi poteva avere l’ottimismo di pensare che Gianni Alemanno (e il suo più o meno improvvisato "regista" Augello) potesse fare un passo indietro al cospetto dei sondaggi. Invece è andata come è andata. La pesante sconfitta alle elezioni ha progressivamente aperto il campo a un’altra destra. Quella di Salvini, che prima è riuscito a salvare la Lega dal naufragio causato dal Trota e company e poi ha cominciato a guardare a quella Roma più potente (anche per gli equilibri nazionali) che ladrona. Proprio per questo è nata quella Lega «dei popoli» che ha già catalizzato una parte del sottobosco politico romano deluso dal centrodestra. E che promette di avere una crescita esponenziale. Due partite, quella del Salvini pronto a sbarcare nei campi rom della Capitale e di Marchini leader dei moderati più o meno accanto al Cavaliere, che incidono sul Campidoglio. Poi c’è Augello e l’Udc, che sull’onda delle multe giocano una partita a parte. E poi l’universo Dem con un intreccio da romanzo fantasy, tra leader che ci sono (Nicola Zingaretti, che tenta di stare il più lontano da Marino), che sono altrove ma potrebbero tornare (Enrico Gasbarra eurodeputato) ed ex leader che non si vedono ma continuano a contare (Veltroni e Rutelli). Ovviamente sullo sfondo ci sono i renziani (Gentiloni e Bonaccorsi) che crescono anche a Roma e si sono alleati con popolari (Coratti e Zambelli) e marroniani (Marroni e Campana). E che, ultimamente, hanno fatto un patto anche con i franceschiniani (Astorre e company) per ottenere la segreteria del Lazio (dove Fabio Melilli vacilla). Dal canto suo Marino ha fatto una scelta coraggiosa ma rischiosa. Non ha accettato di fare il vigile urbano tra le correnti del Pd. Risultato: ha ricompattato tutti (o quasi) contro di lui, goffo e poco innovativo per riuscire a mettere tutti in fila come avrebbero fatto ai tempi d’oro il mago Walter (Veltroni) e Francesco Rutelli. Infine in questa partita-Capitale ci sono i cosiddetti poteri forti. E questa è un’altra storia, che negli ultimi anni ha cambiato inevitabilmente gli equilibri politici. Grandi imprenditori che non si arrendono al tramonto (Caltagirone) e altri che tentano la scalata (Parnasi). Per spuntarla in questo incrocio di interessi, Marino dovrebbe avere l’arguzia politica di politici esperti, per dire dell'inventiva di Rutelli e la determinazione di Renzi. Ovviamente anche il cinismo di questi ultimi. Roba da miracolo. In mancanza di un «trapianto» di virtù politiche, l’ex chirurgo potrebbe farcela comunque, costruendo una squadra più incisiva (a partire dalla giunta), allargando il campo verso il centro-destra, mettendosi al fianco pochi valenti collaboratori. Per evitare che alla fine sia lui a pagare il conto. Molto più salato di otto multe.
Il conto salato dell’uomo solo al comando
Ignazio Marino non ha voluto fare il «vigile urbano delle correnti». Risultato? I Dem provano a mollarlo e la destra sogna il colpaccio
