Roma Capitale

Su quei banchi la mia formazione umana e culturale

di Gian Luigi RondiNon sono mai stato d’accordo con quelli che dicono male quando ricordano la scuola e i loro studi. Io ho sempre detto che il ginnasio-liceo al Giulio Cesare, fino agli anni 40,...

Non sono mai stato d’accordo con quelli che dicono male quando ricordano la scuola e i loro studi. Io ho sempre detto che il ginnasio-liceo al Giulio Cesare, fino agli anni 40, quando poi sono andato all'università, ha rappresentato per me uno dei momenti più significativi della mia formazione culturale. Il professore di greco e latino, Marani, mi ha insegnato il gusto degli esametri latini e greci e di quale cultura erano il frutto. Il professore di italiano, Oddo Martinelli, che era un sacerdote, con il quale di anno in anno ho vissuto, tutta intera, la Divina Commedia, non mi ha insegnato solo la storia della poesia ma il modo di apprezzarla, non solo per i significati ma per le atmosfere tanto che io, ancora oggi, ricordo molti dei Canti che il professor Martinelli ci faceva imparare a memoria - ci diceva - «Non è per semplice nozionismo ma perché voi sappiate quali climi esaltanti ci sono in questi versi e possiate acquisirli intimamente». C’era poi un professore di storia e filosofia, si chiamava Magnanelli, cui debbo di avere, non solo imparato, ma anche digerito, da Platone in poi, tutta la grande filosofia dell'antichità, diventata ormai una parte di me stesso. E poi, oltre alla gioia di questa cultura, che mi veniva regalata ogni giorno, debbo a quegli anni di avere acquistato una ferma coscienza antifascista, la maggior parte di questi insegnanti, infatti, nonostante ogni anno sui testi ogni data recasse come seguito "Era fascista" faceva pubblici commenti in classe, con la necessaria discrezione ma saldamente sui guasti e sugli errori di quel regime che ufficialmente dominava tutto e io ascoltandolo e commentandoli acquisivo una coscienza diretta di quella democrazia che, data l'età, ancora non avevo conosciuto e di cui proprio in quegli anni avevo imparato i principi fondamentali. A quel tempo, però, oltre alla gioia di nuove acquisizioni, ho avuto anche una occasione di profondo dolore. Era il 1938, uno dei miei compagni di classe Benedetto dell’Ariccia, a un certo punto non si presentò più agli appelli. Mi accorsi che c’erano mormorazioni attorno alla sua assenza così mi rivolsi al professor Marani e gli chiesi se poteva indicarmi quello che era successo. Ricordo che sulla sua bocca apparve una piega amara e quasi a bassa voce mi sentii dire l’orrore delle leggi razziali anche se in quel momento l’orrore non c’era ancora ma il dolore di uno studente che solo per il fatto di essere ebreo non poteva più frequentare la nostra scuola. Mi è tornato alla mente quell'episodio vedendo quel bellissimo film «Concorrenza sleale» in cui un episodio analogo era trattato con delicatezza da Ettore Scola. Anche lì c’era un ragazzino che in camera sua, nelle ore in cui sarebbe dovuto essere nella classe che aveva lasciato, si metteva di fronte a un tavolino a fare dei compiti immaginari, quando vidi quella scena mi commosse e mi ricordò le reazioni che ebbi al Giulio Cesare quella mattina. Grato al professor Marani e grato al mio liceo per avermi aiutato a non dimenticare quelle emozioni che per me sono state il sostegno umano e anche culturale durante tutta la mia vita.

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