Roma Capitale

I due falliti sequestri del broker riportano a un covo di Potenza

Nei documenti sequestrati ai killer una falsa identità con residenza a Melfi

Due tentativi di sequestro ai danni di Silvio Fanella che potrebbero avere la medesima radice che affonda nella Basilicata. Nel 2012 un «commando» parte dalla provincia di Potenza con l’obiettivo di picchiarlo e farsi rivelare dove fosse il «tesoro» della truffa Telecom Italia Sparkle. Nel 2014 una «batteria» giunge a Roma dal Piemonte con il medesimo compito, degenerato nell’omicidio del 3 luglio scorso. C’è un filo rosso che lega questi due fatti in apparenza distinti: i documenti sequestrati ai killer del broker sono riconducibili a una identità falsa con residenza a Melfi, in provincia di Potenza. E’ uno degli elementi investigativi sui quali sta lavorando il procuratore aggiunto Michele Prestipino assieme ai sostituti Paolo Ielo e Giuseppe Cascini. Perché gli esecutori materiali del delitto, Egidio Giuliani e Giuseppe Larosa, sono stati trovati in possesso di documenti che hanno aumentato gli interrogativi. Carta d’identità, patente e tessera sanitaria, oltre a una ricevuta per un albergo in Francia, erano infatti riconducibili ad un’identità falsa con residenza in provincia di Potenza, località da dove era partito il primo gruppo nel 2012. Tuttavia potrebbe trattarsi di una coincidenza, anche se alla Procura della Repubblica di Roma non si sentono di escludere alcuna pista né ipotesi. Ma andiamo con ordine. Nel 2012 i carabinieri di Potenza stanno intercettando un’organizzazione criminale lucana. Le conversazioni sono evidenti: Roberto Macori, abile riciclatore della «Banda Mokbel», organizza un sequestro di Fanella assieme a Giovanni Plastino e Aniello (detto Daniele) Barbetta. Del commando, però, farebbero parte anche un soggetto della «Banda della Magliana» e due presunti militari della Guardia di finanza. E sono proprio questi ultimi elementi a creare un ulteriore punto di incontro tra il tentativo di sequestro del 2012 e quello di luglio scorso. Perché stando ai riscontri investigativi, la «batteria» che ha freddato Fanella avrebbe rapporti proprio con la Banda della Magliana e avrebbe tentato di entrare nell’abitazione della vittima spacciandosi per militari delle Fiamme gialle. L’inchiesta, dunque, potrebbe ancora riservare sorprese. Perché in ballo c’è il «tesoro» accumulato nella vasta truffa Telecom Italia Sparkle, una sospetta operazione illecita miliardaria. Soldi, circa 35 milioni, che si troverebbero in veri e propri "serbatoi" di denaro custoditi in istituto di crediti di "paradisi fiscali", paesi che con una normativa bancaria che tutela i correntisti. Stando alle indagini i conti esteri avevano soprattutto il fine di riciclare il denaro. Per questo la banda Mokbel aveva messo in piedi una rete di complici. Ognuno aveva i contatti «giusti» per far entrare in paesi esteri il denaro da ripulire. Non solo nei “paradisi fiscali”, come le Antille Olandesi o le Seychelles, in nazioni più vicine all’Italia, come la Romania, ma anche in Arabia Saudita, stato che non ha rivelato alle autorità italiane il contenuto dei conti correnti e che potrebbe ospitare svariati milioni di euro ancora al sicuro

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