In quell'appartamento in viale Parioli hanno trattato due ragazzine come una qualsiasi merce acquistabile, sborsando fior di quattrini per approfittare del loro giovane corpo. Adesso, dopo le otto condanne inflitte allo sfruttatore delle bambine, alla madre e ad alcuni clienti, sono in molti a bussare alla porta dei procuratori romani che si occupano della vicenda. Attraverso i loro legali, chiedono tutti la stessa cosa, formalmente o meno: patteggiare la pena. Diverse persone che hanno avuto rapporti con le due baby squillo, vendute al migliore offerente proprio da chi doveva proteggerle, stanno infatti cercando di evitare di affrontare un procedimento ordinario. Un processo che li costringerebbe a recarsi in un'aula di tribunale, dove, dietro la pressione delle domande formulate da giudici e pm, sarebbero costretti a ricordare e raccontare i dettagli degli incontri avuti con quelle due bambine. Tra gli oltre 60 clienti scovati dalla Procura e individuati lavorando sulle telefonate e le mail che arrivavano sui cellulari delle due adolescenti, c'era anche Mauro Floriani, marito di Alessandra Mussolini. Era stato lo stesso Floriani, sapendo che il suo numero poteva essere finito nelle intercettazioni, a bussare spontaneamente alla porta degli inquirenti. Al momento l'uomo non ha presentato nessuna richiesta formale, non ha espresso la volontà di essere eventualmente giudicato attraverso un rito alternativo. Le indagini nel frattempo vanno avanti e non si esclude che possano portare all'iscrizione di nuove persone nel registro degli indagati. Si tratta di un'altro filone, quello relativo ai clienti identificati dai carabinieri del nucleo Investigativo di via In Selci, finiti sul registro degli indagati con l’accusa di avere pagato due ragazzine per fare sesso. Erano poi stati riconosciuti dalle stesse baby squillo. Studentesse vittime di questo mondo perverso dove papponi, spacciatori e personaggi della Roma bene mercificavano l'adolescenza di due bambine con la compiacenza di una madre disposta a vendere la figlia per permettersi un vizio in più. Sul registro degli indagati sono finiti soltanto i nomi di chi ha concordato appuntamenti attraverso sms. O di chi è stato fotografato all’ingresso dell’appartamento dei Parioli. Le sole chiamate e gli squilli al cellulare non bastano per portare i clienti sul banco degli imputati. Infatti le telefonate senza conversazioni non sono state ritenute indizi sufficienti. Così sono in tanti a restare fuori dall'inchiesta per mancanza di prove. Centinaia di persone che contattavano le ragazzine e che ora costituiscono solo la testimonianza di un fenomeno sociale molto più ampio di quello scoperto dagli investigatori. Un mondo fatto di manager, uomini d'affari e comuni cittadini desiderosi di avere rapporti sessuali con due ragazzine che, magari, avevano la stessa età dei loro figli. Un universo agghiacciante, descritto, nelle motivazioni della sentenza redatta dal giudice per le indagini preliminari De Robbio, come un “quadro di superficialità e cinismo, che accomuna organizzatori della prostituzione minorile e clienti, nel consapevole intento di approfittare per il proprio tornaconto (sia esso economico o di soddisfacimento della libido sessuale) dell'evidente incapacità delle due ragazzine di rendersi pienamente conto delle conseguenze di ciò che stavano compiendo.”
Baby squillo, i clienti evitano l’«aula»
Gli avvocati vogliono patteggiare. Incastrato solo chi ha inviato sms
