Tra pochi giorni, il 20 agosto, era programmato l'inizio dei lavori di completamento di alcune opere, poi dal primo settembre sarebbe dovuto entrare in funzione. Invece il nuovo impianto di trattamento meccanico biologico (TMB) destinato a ricevere e a separare i rifiuti indifferenziati di 49 comuni del bacino Aniene - Guidonia resta fermo al palo. Congelato dal sequestro ordinato dal gip di Tivoli lo scorso 30 luglio, che ha stoppato l’opera costruita dalla Colari Ambiente Guidonia di Manlio Cerroni a un soffio dal «debutto». L’inchiesta non c’entra nulla con quella sui rifiuti d’oro che vede indagato il re delle discariche, nasce da una nota del 31 marzo scorso con cui il Mibac (nello specifico la Direzione Regionale per i beni culturali e paesaggisti del Lazio) ha sostenuto - a quattro anni di distanza dall'autorizzazione integrata ambientale concessa dalla Regione all'esito di un’apposita conferenza dei servizi - che l’impianto oggi ultimato avrebbe ricevuto quel via libera senza la preventiva acquisizione del proprio parere obbligatorio. Quella nota, fatta propria dalla procura e posta dal gip a fondamento del provvedimento di sequestro, ha anche portato dritto nel registro degli indagati l'ingegner Francesco Zadotti, amministratore unico della Colari Ambiente Guidonia. Adesso però il professor Alessandro Diddi, legale di Cerroni e in questo procedimento dello stesso Zadotti, potrebbe aver trovato le carte capaci di trasformare il discusso «ras dei rifiuti» - nel caso specifico - semplicemente in uno dei tanti imprenditori vittime degli infernali e kafkiani ingranaggi della burocrazia nel nostro Paese. In una memoria inviata lo scorso 7 agosto alla procura di Tivoli per chiedere la restituzione dell'impianto di TMB, Diddi rivela infatti che il 10 marzo 2010 la Direzione Regionale Territorio e Urbanistica della Regione Lazio ha comunicato proprio al Mibac, e proprio alla Direzione Regionale per i beni culturali e paesaggistici del Lazio, «la conferma del parere favorevole espresso dalla conferenza dei servizi del 5 marzo 2010». «In base alla legge», spiega Diddi a «Il Tempo», «il soprintendente è chiamato ad esprimere un parere entro il limite di 60 giorni dopo i quali si forma il silenzio assenso». Nessun parere contrario o favorevole all’epoca, spiega l’avvocato, venne invece recapitato negli uffici di via Cristoforo Colombo dalla Direzione Regionale del Mibac di cui faceva parte lo stesso soprintendente che quattro anni dopo ha ordinato la sospensione dei lavori per l’impianto TMB. Il 2 agosto del 2010, cioè ben oltre il limite dei due mesi concesso per esprimersi al Mibac dall'articolo 146 del Codice dei beni culturali e del paesaggio, la Regione avrebbe poi concesso l'Aia a Cerroni. A completare il cortocircuito, sempre secondo la difesa di Cerroni, ci sarebbe anche un’ulteriore circostanza: la conferenza dei servizi che si è espressa sul nuovo impianto di trattamento meccanico biologico dei rifiuti riguardava un’area sottoposta a PTPR (Programma Territoriale Paesaggistico Regionale), frutto di un accordo di programma con il Ministero dei beni culturali. Sempre in base al Codice dei beni culturali e del paesaggio, spiega Diddi, «questo fa sì che il parere del Mibac su quell'area non fosse vincolante, il che significa che la Regione poteva autorizzare senza che il Mibac potesse opporsi. Eppure questa circostanza non è stata comunicata dal ministero alla procura di Tivoli». Cerroni, dopo la nota con cui lo scorso marzo il ministero di Franceschini ha ordinato la sospensione dei lavori per il TMB di Guidonia, ha fatto subito ricorso al TAR. E Il giudice amministrativo, il sette luglio scorso, ha annullato l'ordine cautelativo del Mibac dichiarando cessata la materia del contendere. La ragione, surreale, è che nel frattempo lo stesso ministero non ha emesso entro i previsti novanta giorni il provvedimento di conferma della misura cautelare da lui stesso emanata. Così l'otto luglio, sdoganato dal TAR, lo stesso Cerroni ha comunicato in una lettera la ripresa dei lavori per la fine di agosto. A quel punto è arrivato, improvviso, il sequestro del ordinato dal gip di Tivoli e la notizia dell'inchiesta ai danni dell'amministratore unico di Colari. «Ma come si fa . - chiede ancora Diddi nella sua memoria, - a far ricadere conseguenze giuridiche, oltretutto di tipo penale, su chi ha semplicemente esercitato un diritto, cioè quello di richiedere un'autorizzazione regolarmente concessa?». «Ho cercato di spiegare alla magistratura che il Mibac non poteva opporsi ed era stato in ogni caso debitamente informato», spiega infine l'avvocato, «ma dopo il provvedimento di sequestro sono andati tutti in ferie, se ne riparla a settembre». Nel frattempo, con l'impianto fermo, secondo il calcolo allegato alla memoria depositata dalla difesa di Cerroni da settembre i 49 comuni interessati si troveranno a pagare salato il costo di un impianto che lo Stato ha lasciato costruire concedendo tutti i permessi salvo poi ricordarsi, quattro anni dopo, di bloccarlo a un passo dall'entrata in funzione. «Tutti insieme questi 49 comuni producono 407 tonnellate di rifiuti al giorno, il risparmio garantito dal conferimento a Guidonia per ciascuno (tenuto conto delle spese di conferimento e di quelle di trasporto) sarebbe di 50 euro al giorno. Tenendo conto delle tariffe che ciascuna amministrazione dovrà affrontare per il trasporto della nettezza urbana in comuni differenti da quello di Guidonia», conclude la memoria, «nel complesso i cittadini si ritroveranno a pagare 20.000 euro in più ogni giorno per smaltire i rifiuti».
Impianto rifiuti: guerra tra Cerroni e Mibac
Presentata alla Procura di Tivoli una memoria dove si chiede la restituzione del sito
