È una crisi che sembra non avere fine quella che attanaglia strutture balneari, ristoranti ed attività commerciali del litorale romano. L’insolito clima di questi giorni, più autunnale che estivo, fa spazientire anche gli avventori più ottimisti e semina malumore tra i gestori. E mentre alcuni di loro polemizzano sugli errori delle previsioni meteo, «sempre troppo catastrofiche e che fanno disdire le prenotazioni», il cattivo tempo ci mette del suo e sembra non volerci abbandonare. Se nei giorni scorsi le piogge sono state abbondanti, altrettanto succederà per il week end che verrà e per la prossima settimana. Catastrofica la situazione incassi delle strutture balneari: 70 quelle di Ostia, 80 quelle di Fiumicino, alle quali si aggiungono le 60 di Ardea e Torvajanica e le 100 circa di Anzio e Nettuno. Quasi tutte sul lastrico. «La situazione è molto grave – spiega Fabrizio Fumagalli, presidente del Sib - ad una economia di crisi che ha fatto registrare cali vertiginosi negli incassi, segue la catastrofe maltempo che ci ha fatto perdere, rispetto allo scorso anno, oltre il 30% dei clienti nel solo mese di luglio». Fabrizio Fumagalli è anche titolare di uno stabilimento a Ostia. Una località che, vista la vicinanza con Roma, dovrebbe soffrire un po’ meno la crisi. Tutt’altro. «Ostia non esiste come località turistica – continua Fumagalli. Non abbiamo un sistema ricettivo di alberghi o di infrastrutture che accolgano i turisti in maniera civile. Non si può parlare di turismo. Siamo solo imprese di servizio alla città di Roma. È per questo che le amministrazioni comunali dovrebbero investire sulla ricettività e permetterci di lavorare e quindi di vivere». Scendendo verso sud la situazione è addirittura peggiore. Nei comuni di Ardea e Pomezia i balneari non riescono più a sopravvivere. Licenziano personale e sono costretti a chiudere perché non riescono a pagare il personale. «Abbiamo perso oltre il 40% del fatturato per via del maltempo – spiega Angelo Cavola, vice presidente Sib Lazio e gestore di uno stabilimento ad Ardea. Già il 15% dei clienti li avevamo persi per via della crisi. Confidiamo nel mese di agosto che però, già sappiamo, non potrà restituirci la linfa necessaria. Vorrei che soprattutto i politici capissero una cosa: non ce la facciamo più. Non riusciamo più a pagare le imposizioni dello Stato. Uno stabilimento medio grande come il mio deve pagare circa 40mila euro di concessione demaniale alle quali bisogna aggiungere il 15% in più, che va versato nelle casse della Regione. Non parliamo poi della miriade di altre tasse. Quest’anno ho pagato circa 14 mila euro di immondizia». Sono molti, secondo Cavola, gli stabilimenti che stanno rinunciando a tenere aperte le attività, pur di non pagare il personale. «Molti stabilimenti, preferiscono chiudere la sera e lavorare solo a pranzo. Restare aperti significa avere dei costi troppo alti che non possono essere coperti con gli incassi». Non va meglio a bar, ristoranti e negozi. Roberto Milano gestisce un bar sulla spiaggia di Anzio. «Il nostro fatturato - spiega Milano - è calato almeno del 40% rispetto allo scorso anno. Gelati non se ne vendono ed anche la vendita dei caffè è calata. Se continua così saremo costretti a vendere». Ma anche vendere le strutture balneari è diventato un problema. «Se prima - continua Cavola - era difficile trovare uno stabilimento balneare in vendita, adesso tutti vogliono vendere. L’attività non è più redditizia. E gli imprenditori non vogliono investire in attività come questa in cui tutto è precario. Lo stato, con la direttiva Bolkestein ci sta tenendo con il fiato sospeso. Nessuno vuole investire denaro oggi e rischiare, tra qualche anno, di rimettere tutto in discussione».
«Catastrofe» maltempo Balneari in crisi nera
I primi dati registrano a luglio un calo del 40%
