Daniele Carletti risponde al telefono da Galleno, a pochi chilometri da Altopascio, sul tratto toscano della via Franchigena: «Terra di panorami ma anche di salite». Per lui è appena l’ottavo giorno di un viaggio che durerà quattro anni: il tempo necessario per un ambizioso giro del mondo in bicicletta in totale autosufficienza. «Abbiamo ancora negli occhi i flash dei fotografi e l’entusiasmo della gente - racconta - e forse dobbiamo ancora realizzare che davanti a noi ci sono più di 100mila chilometri di strade, deserti e montagne. Ma è un obiettivo che non ci fa paura. Sognavamo da anni di essere qui, a questo punto». È «Dai sette colli ai sette passi» il nome dell’impresa che il romano, ingegnere di 28 anni, ha preparato insieme alla compagna - di viaggio e nella vita - Simona Pergola, 35enne operatrice turistica. A dare il via al Campidoglio è stato il sindaco Ignazio Marino che ha scortato i due «colleghi» ciclisti per un lungo tratto insieme a un centinaio di sostenitori. Un giro del mondo attraverso sette passi montani, uno per continente: dai 2.802 metri del Col de La Bonette, alpi francesi, ai 5.500 dell’Himalaya toccando il Bosforo e le ex repubbliche sovietiche del Caucaso fino all’Asia: Birmania, Vietnam e Indonesia prima dell’arrivo in Australia. E ancora la traversata delle Americhe dall’Alaska alla Terra del Fuoco e poi di nuovo su, verso il Brasile. Poi ecco l’Africa, la costa orientale, Tanzania e Sudan fino alla Libia, poi l’Egitto e la nave per la Sicilia, da lì il ritorno sui sette colli. «L’idea è nata molto tempo fa - ricorda Daniele - Ero a Madrid e avevo una bicicletta. Mi sono detto: come faccio a portarla a Roma? Così ho cominciato a pedalare». Quattro anni, estati e inverni. «Siamo partiti a luglio per passare le Alpi senza neve ma nel Caucaso incontreremo anche i -20. In Nepal sarà estate. Il problema sarà il poco ossigeno con 30 chili sulle spalle. Ma quello che temiamo di più è la burocrazia». Impossibile sapere cosa troveranno in quelli che per ora sono soltanto punti su una mappa, come il confine tra Nepal e Tibet. «Se non ci faranno passare dovremmo farlo da clandestini. Itinerari alternativi non esistono. Dovremo improvvisare». Gps, tenda, sacco a pelo e fornelletto. Nello zaino anche l’attrezzatura per rimanere in contatto col mondo: reflex, videocamera, cellulari e pc, tutto alimentato da dinamo e pannelli solari. L’autosufficienza, anche energetica, è una delle anime del viaggio. L’altra è quella benefica, per sostenere la World Bicycle Relief. In alcune zone del mondo saranno come pionieri. «In Etiopia saremo i primi ad attraversare in bici il Bale Pass, 3.600 metri. Non abbiamo la più pallida idea di cosa ci aspetta. Così come al confine tra Georgia e Cecenia, o su alcune strade della Colombia». Simona, però, è entusiasta di lasciarsi alle spalle le cosiddette comodità: «È fantastico vivere in maniera autentica ed essenziale. Per come la vedo, io la tenda è più comoda di un appartamento».
Alla conquista del mondo
Daniele Carletti e Simona Pergola in bici intorno al globo Un viaggio di quattro anni per passione e solidarietà
