Roma Capitale

Prestanomi dei clan Gallico e Alvaro a giudizio

Erano partiti con un immobile di prestigio su via di Boccea acquistato ad prezzo molto al di sotto del valore di mercato: un primo passo che aveva consentito al gruppo dei Frisina-Saccà (considerati...

Erano partiti con un immobile di prestigio su via di Boccea acquistato ad prezzo molto al di sotto del valore di mercato: un primo passo che aveva consentito al gruppo dei Frisina-Saccà (considerati come teste di ponte nella Capitale dei clan dei Gallico e degli Alvaro) di muovere i primi passi della loro personale scalata al mondo dell’imprenditoria romana. Da quel giorno, la cosca di strada ne avrebbe fatta parecchia, acquisendo via via una serie impressionante di attività commerciali di prestigio (dal bar Antiche Mura, a due passi dal Vaticano, fino al bar Chigi, proprio sotto i palazzi del potere politico); e poi ancora società di gestione immobiliare e società orbitanti nel mondo della ristorazione: tutti finiti, secondo l’ipotesi accusatoria, ad ingrossare l’enorme patrimonio del clan "madre" nella provincia di Reggio Calabria. Un giochino che avrebbe consentito ai protagonisti di questa vicenda di accumulare denaro e potere anche grazie ad una fitta rete di professionisti (notai, avvocati, funzionari di banca) che avrebbero fatto a gara pur di fare affari con i clan. Un giochino durato a lungo e finito solo in seguito all’operazione delle forze dell’ordine che nel febbraio dello scorso anno chiusero il cerchio sull’ennesimo caso di infiltrazione del crimine organizzato lungo il corso del Tevere. Ieri, il giudice per le udienze preliminari ha disposto il rinvio a giudizio per Francesco Frisina (considerato l’uomo dei Gallico nella Capitale), Maria Antonia Saccà, Grazia Rugolo, Carmine Saccà e Alessandro Mazzullo - tutti difesi dagli avvocati Milicia e Veneto - che devono rispondere del reato di intestazione fittizia di beni con l’aggravante di avere favorito gli interessi della cosca di ’ndrangheta. Due imputati, che avevano richiesto di essere giudicati con il rito abbreviato, sono stati infine assolti, così come richiesto dallo stesso sostituto procuratore, Palaia.

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