Roma Capitale

In 24 mila incrociano le braccia

Uffici comunali e municipali, asili, materne, vigili. È blackout. Alle 8.30 corteo da piazza Bocca della Verità al Campidoglio

Uffici comunali e municipali chiusi, così come asili nido e materne, anche i vigili urbani incroceranno le braccia, mentre non ci saranno problemi per i mezzi pubblici. Le hanno tentate tutte, dagli appelli verbali del vice sindaco con delega al Personale, Luigi Nieri, alla lettera che il sindaco Marino ha indirizzato ieri ai dipendenti capitolini, ribadendo l’impegno personale a non tocare lo stipendio dei 24 mila dipendenti comunali. Ma il «muro» non è crollato e oggi, per la prima volta nella storia, lo sciopero dei dipendenti capitolini sarà totale. Un fatto politicamente devastante soprattutto per chi, come il primo cittadio, ha cercato fino all’ultimo di caldeggiare un «confronto aperto e leale». Parole tardive. Perché in questa incredibile vicenda del salario accessorio, erogato secondo modalità non corrette, come dichiarato nel parere del Ministero dell’Economia e Finanza, di errori ne sono stati fatti tanti, troppi. Nel metodo e nel merito che, quando si parla della vita di migliaia di famiglie, coincidono perfettamente. Lo «sbigottimento» del sindaco dinnanzi all’atteggiamento dei sindacati, viene rispedito al mittente. «Potremmo fare un lungo elenco di sbigottimenti - dice il segretario generale Cisl Fp Roma e Lazio, Roberto Chierchia - ma oggi prevale la delusione per una mancata riforma della macchina amministrativa, per l’assenza di una virata netta rispetto a un passato buio sulla gestione delle partecipate, per l’assenza di una visione. La delusione di vedere un sindaco che non riesce ad ammettere i suoi insuccessi e mal digerisce la dialettica con i lavoratori e il ruolo delle rappresentanze sindacali. Al sindaco Ignazio Marino e al vice-sindaco Luigi Nieri chiediamo di indicarci gli elementi di miglioramento dei servizi nella loro gestione, come hanno valorizzato i dipendenti, in cosa consiste la discontinuità con il passato. Domani (oggi ndr) dalla piazza del Campidoglio i dipendenti del Comune lanceranno la loro rivoluzione capitolina». Far calare dall’alto il rinnovo del contratto decentrato, ottenendo la sponda dell’Anci, è un segnale che non può essere accolto. Non dai sindacati, non da una macchina organizzativa che è tra le più vaste d’Europa, commettendo oltrettutto l’errore di prendere per oro colato il parere del Mef solo in quella parte. O almeno di dare rilevanza pubblica solo il tal senso. Alla vigilia dello sciopero che passerà alla storia, non solo sindacale, le parti sociali rilanciano con dieci proposte: puntare sul lavoro e sull’equità sociale. Riorganizzare la macchina capitolina. Rivedere i contratti di servizio e i Piani industriali delle società municipalizzate nell’ottica della riorganizzazione della holding. Rilanciare i lavori pubblici, sia grandi opere che interventi di manutenzione. Varare un Piano casa che punti sull’edilizia residenziale, non solo sui residence. Prevedere un piano di protezione sociale per i più deboli. Puntare su un patto antievasione con l’Agenzia delle entrate, approvare la Stazione unica appaltante e mettere in campo una vera lotta agli sprechi. Infine, usare i fondi europei e forzare il Patto di stabilità per liberare risorse da destinare allo sviluppo della città. Ecco, magari si può ripartire proprio da qui.

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