Djana Pavlovic, vice presidente della «Federazione Rom e Sinti Insieme», ha messo i puntini sulle i, chiedendo al Pontefice «di non utilizzare il termine "zingari"». Ma al di là delle precisazioni lessicali, l’intervento di Papa Francesco durante l’udienza ai partecipanti all'incontro promosso dal Pontificio consiglio per i migranti rappresenta una ferma presa di posizione a favore dei nomadi. Il tema era «La Chiesa e gli zingari: annunciare il vangelo nelle periferie». E il Pontefice non ha usato mezzi termini per condannare ogni discriminazione: «Spesso gli zingari si trovano ai margini della società, e a volte sono visti con ostilità e sospetto - ha detto – Io ricordo tante volte, qui a Roma, quando salivano sul bus alcuni zingari, l'autista diceva: “Attenti ai portafogli”! Questo è disprezzo. Forse sarà vero, ma è disprezzo...». Il problema è che è difficile rimuovere pregiudizi che troppo spesso affondano le radici in esperienze purtroppo concrete, come del resto ha detto lo stesso Papa. Anche in questo, forse, serve una riforma. «Sappiamo che è una realtà complessa - ammette Francesco - ma certo anche il popolo zingaro è chiamato a contribuire al bene comune, e questo è possibile con adeguati itinerari di corresponsabilità, nell’osservanza dei doveri e nella promozione dei diritti di ciascuno». Il Papa individua nella mancanza di formazione, di alloggi e di assistenza sanitaria e nella discriminazione sul piano lavorativo alcune delle cause da rimuovere per un’integrazione degli zingari nella società. Il rischio è che «i gruppi più deboli» diventino facili «vittime delle nuove forme di schiavitù. Gli zingari sono tra i più vulnerabili, soprattutto quando mancano gli aiuti per l’integrazione e la promozione della persona nelle varie dimensioni del vivere civile. Qui si innesta la sollecitudine della Chiesa». Ma serve anche «l’impegno delle istituzioni locali e nazionali e il supporto della comunità internazionale, per individuare progetti e interventi volti al miglioramento della qualità della vita». Intanto ieri il prefetto della Casa pontificia mons. Gänswein è intervenuto a un dibattito presso la Pontificia università della S. Croce sui discorsi politici di Benedetto XVI durante i viaggi all’estero. Lo spunto è stato il libro della vaticanista Angela Ambrogetti «Sull’aereo di Papa Benedetto». È stata l’occasione per ripercorrere il pensiero del Papa emerito su fede, natura e ragione da parte del suo segretario ed ora stretto collaboratore di Papa Francesco. «Tutti conoscevano il card. Ratzinger e all’inizio c’erano molti pregiudizi nei suoi confronti - ha ricordato - esplosi soprattutto dopo il discorso di Ratisbona. Poi si sono sciolti come neve. Ha dovuto soffrire molto ma non ha mai risposto con attacchi e non è mai fuggito, dando sempre ai problemi quella che secondo lui era la risposta più adatta». L’arcivescovo ha ribadito la posizione di Benedetto sulla «sana laicità» della politica basata sul «fatto che le fonti ultime del diritto sono da ricercare nella ragione e nella natura, non in un comando, di chiunque esso sia». Il prefetto ha anche detto che Benedetto XVI «sta bene, ha una mente di cristallo, anche se le gambe sono meno in gamba». All’incontro ha partecipato il giornalista Marco Tosatti, che ha invece evidenziato il significato dei gesti che stanno caratterizzando il pontificato di Papa Francesco. E anche qui mons. Gänswein ha ricordato che quando fu eletto, Bergoglio disse chiaramente che non sarebbe cambiato rispetto a Buenos Aires: l’unica differenza è che se prima i suoi gesti erano quelli del vescovo della megalopoli argentina, ora sono quelli del Pastore della Chiesa universale.
Il Papa chiede impegni per integrare gli zingari
«Sui bus di Roma ho sentito disprezzo»