Messa in liquidazione di Roma Metropolitane, esposizione di Roma Capitale al pagamento ulteriore di almeno 71 milioni di euro e, come se non bastasse, «esborso delle maggiori somme relative a spese e interessi». Potrebbero essere questi gli effetti, secondo i revisori dei conti di Roma Metropolitane, dell’atto attuativo con cui il 9 settembre 2013 venivano riconosciuti a Metro C scpa (il Consorzio di imprese che si sta occupando di realizzare la terza linea della metro) maggiori costi per circa 300 milioni, a fronte dei 3,5 miliardi già spesi negli anni passati. Un lungo verbale, consegnato il 3 marzo scorso dai tre membri del Collegio Sindacale al procuratore regionale della Corte dei Conti, Massimo Perin, dove si contesta punto per punto sia la validità dell’accordo, che l’assessore capitolino alla Mobilità, Guido Improta, definì «tombale» rispetto alle pretese del Consorzio, sia i possibili (e ingenti) danni economici che questo potrebbe portare alle casse pubbliche. Una deposizione che, a quanto pare, potrebbe aver contribuito al blitz di 8 ore che la Guardia di Finanza ha effettuato martedì scorso nella sede della municipalizzata, durante il quale sono stati acquisiti documenti e sono stati interrogati il presidente Massimo Palombi e il direttore generale Luigi Napoli. Nella memoria, il Collegio sindacale ricostruisce la vicenda, partendo dall’atto transattivo approvato l’8 settembre 2011 e finanziato dal Ministero ai Trasporti con la delibera 127 del Cipe dell’11 dicembre 2012, con cui Roma Metropolitane riconosceva, previa «una analitica istruttoria», circa 230 milioni al Consorzio Metro C. Fin qui nessuna eccezione. Le contestazioni iniziano con l’accordo del 9 settembre, voluto dalla nuova amministrazione in sostituzione di quello sottoscritto 2 anni prima. Un contratto con cui «vengono riconosciuti al Contraente Generale (il Consorzio, ndr) altri 90 milioni di euro circa», tra cui «71 milioni per oneri relativi ad attività inerenti alle tre fasi funzionali della prima fase attuativa», importo calcolato «prendendo a riferimento il 3,75% degli importi ricompresi nel quadro economico dell’opera». Il Collegio, tra l’altro, riporta che la Struttura Tecnica di Missione (organo del Ministero ai Trasporti) e il Dipartimento Mobilità del Campidoglio hanno riconosciuto «come dovute le sole somme riconducibili alla delibera Cipe (230 milioni, ndr), ma ritengono che gli impegni aggiuntivi non siano vincolanti per gli Enti finanziatori fintanto che non siano assegnate o rimodulate da parte del Cipe». In sostanza, secondo i revisori dei conti, il nuovo accordo avrebbe portato dei costi in più, «insostenibili», a Roma Metropolitane rispetto a quello del 2011, circa 71 milioni senza copertura del Cipe e, tra l’altro, senza l’assenso degli altri Enti finanziatori oltre il Comune di Roma, per l’appunto Cipe e Regione Lazio. Soldi per cui ora il Consorzio formato da Vianini, Astaldi, Ansaldo, Ccc, Cmb potrebbe rivalersi con decreti ingiuntivi. Non solo. Vengono contestate anche altre clausole dell’atto che, sempre secondo il Collegio sindacale, sarebbe tutt’altro che tombale: la «indeterminatezza dei termini di ultimazione delle attività riferite alla tratta Pantano-San Giovanni» e ancora «la mancata copertura economica» della spesa che Roma Metropolitane dovrebbe sostenere per supportare le attività al pre-esercizio gestite da Atac. Che infatti si sta rivolgendo al Consorzio Metro C, al costo ulteriore di circa 1,5 milioni al mese.
Dai revisori alla Finanza, i conti che non tornano
Il collegio sindacale: gli ulteriori costi rischiano di far fallire Roma Metropolitane
