Roma Capitale

La «lungodegenza» per le famiglie

L’oratorio di Casal Morena è uno dei più grandi della capitale

La parrocchia di Sant'Anna a Morena è una parrocchia di confine, anche fisico. Sorge al margine estremo della Capitale, dove la grande città sfuma e le «nuove periferie» si espandono. Casal Morena è una borgata tranquilla, «ma questo non vuol dire che non ci siano problemi. Sono solo più nascosti. Tra questi, il più critico è forse quello che riguarda la formazione e l'educazione in generale. Che riguarda i giovani insomma. Ed è a loro che la nostra parrocchia vuole dedicare spazio» come spiega il giovane parroco don Christian Pioni. Ecco perché una delle colonne portanti della chiesa di Sant'Anna è l'oratorio, uno dei più grandi di Roma. Un polo aggregativo che conta 350 ragazzi e un gran numero di spazi a loro dedicati. Come ad esempio il centro estivo, da giugno a settembre, in cui i ragazzi vengono guidati da 35 volontari tra giochi e cammini spirituali, «fondamentale in una zona in cui non c'è nemmeno una piazza» dice don Christian. C'è poi la grande e moderna palestra, altrettanto importante, dove i giovani hanno la possibilità di praticare basket e pallavolo seguiti da veri e propri allenatori: un luogo fondamentale per «promuovere qualità educative, sportive e culturali intese come mezzi dello sviluppo della persona umana». Nella stessa direzione - quella cioè della promozione dell'educazione come presupposto per il corretto sviluppo della persona - puntano altre iniziative della parrocchia, come il gruppo teatrale «Alto Voltaggio» e il giornalino parrocchiale. «La nostra parrocchia è divenuta con il tempo il punto di riferimento principale, forse unico, per la vita sociale del quartiere. In questo senso è stato fondamentale il lavoro svolto dai due parroci che mi hanno preceduto, ai quali va gran parte del merito» riconosce don Christian. Ma il suo impegno è nondimeno fondamentale, oggi, nel saldare il già forte legame tra quartiere e parrocchia. Un ruolo cruciale in tal senso è ricoperto dal centro di ascolto per le famiglie, per due ragioni: da una parte si dà assistenza a chi ne ha bisogno, dall'altra, grazie agli incontri, è possibile «capire meglio le criticità del quartiere», passo fondamentale per far sì che la parrocchia possa assolvere ai suoi compiti. Tra i problemi maggiori della borgata, oltre a quelli legati all'educazione, c'è, secondo don Christian, «quello dello "sfascio" delle famiglie, della loro difficoltà a restare unite. Questo allentarsi delle relazioni familiari ha diverse conseguenze negative, non solo sui ragazzi. Penso ad esempio alla solitudine degli anziani, un problema solo apparentemente slegato da quello della famiglia». Ed ecco allora che la parrocchia si pone come un baluardo «nel suo dover essere capace di raccogliere il disagio montante»: ascoltare, educare, aggregare per una «ricostruzione spirituale delle relazioni fondamentali». I cammini formativi neocatecumenali organizzati dalla parrocchia sono determinanti nel dare forza e aiuto a chi non riesce più a tenere insieme i pezzi della propria vita, nel tentativo di «recuperare una dimensione comunitaria delle relazioni, in opposizione a quell'individualismo della solitudine che è la causa principale di certi problemi». Incontri in cui condividere la propria storia in una sorta di «"elaborazione del lutto" collettiva», perché la parrocchia deve saper «curare le ferite»: «la Chiesa deve essere come un ospedale da campo, ha detto Papa Francesco. Sono d'accordo e aggiungo che ci deve essere il "pronto soccorso", certo, ma bisogna anche costruire reparti di "lunga degenza"». Ovvero: costruire luoghi in cui le relazioni possano ricostruirsi e poi consolidarsi nel lungo periodo.

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