Roma Capitale

«Salva Roma» e primarie, Marino trema

Il crollo dell’affluenza, il peso dell’area Pop dem impongono il rimpasto di giunta

A due passi dal rimpasto di giunta, un risultato delle primarie, dove l’affluenza è drammaticamente crollata, e la spada di Damocle di un decreto Salva Roma sempre più lontano. A mettere la ciliegina sulla torta poi il mancato riconoscimento dello stato d’emergenza richiesto per il maltempo e che venerdì il Consiglio dei ministri ha riconosciuto solo alla Toscana. Tutto questo accade mentre il sindaco Marino propone progetti per la Capitale a Bruxelles, nella speranza almeno di portare a casa qualche fondo europeo. Ma l’allarme in Campidoglio segna rosso. Rimpasto innanzitutto. Le voci di un possibile addio alla guida della mobilità comunale da parte di Guido Improta per approdare nella squadra di Renzi, non solo si susseguono ma si fanno numerose, così come sull’arrivo del sottosegretario Giovanni Legnini al posto dell’assessore al Bilancio, Daniela Morgante. Una ricaduta renziana sull’esecutivo romano è data infatti per scontata. Anche perché il dato delle primarie che hanno eletto Fabio Melilli alla guida del partito laziale indica la strada da percorrere. Melilli ha vinto ma non ha sfondato, i militanti Pd hanno mostrato disaffezione facendo crollare l’affluenza, soprattutto a Roma. Una "stanchezza" generale ma sulla quale l’azione del governo della Regione e del Campidoglio non hanno alcun effetto "risveglio". Anzi. Un sintomo serio sul quale il neo segretario regionale, Melilli e il responsabile del Pd romano, Cosentino, dovranno agire in fretta. Con un tassello in più da sistemare. La candidata renziana "per eccellenza", Lorenza Bonaccorsi ha sfiorato il 30% grazie al sostegno dell’area popolare democratica del partito che, ritirando la corsa del presidente dell’Assemblea capitolina, Mirko Coratti, ha traghettato il consenso sulla renziana. Una percentuale che pesa negli equilibri interni al partito e alla maggioranza. Ignorare insomma non è più possibile. Un altro segnale, chiaro, è arrivato ancora ieri, al termine della capigruppo capitolina, quando il presidente del Pd, Francesco D’Ausilio, ha chiesto di inserire nell’ordine dei lavori la mozione numero 37, firmata anche da Panecaldo, Giansanti, Peciola, Caprari, Celli, in cui si impegnano sindaco e giunta, al fine di contenere i costi dei contratti a tempo determinato del personale direttivo, di procedere alla modifica (restrittiva) della delibera del 2010 che mette appunto paletti alle assunzioni esterne e ai relativi compensi. Un passaggio politico sottolineato da tutta la maggioranza. Sempre che ci sia ancora, a breve, una giunta e una maggioranza sulla quale "aggiustare" il tiro della politica. Il decreto Salva Roma infatti naviga in acque agitatissime. Il voto in commissione al Senato è slittato a ieri notte. La senatrice Lanzilotta, che con il suo emendamento sulla vendita Acea e la "messa in liquidazione" delle partecipate ha scatenato la guerra con il Pd, ha chiuso a ogni mediazione e ha chiesto il ritiro del Salva Roma. Un «gettare la maschera», secondo il deputato Umberto Marroni che, insieme ad altri parlamentari Pd chiede al governo di licenziare il decreto senza ulteriori emendamenti lesivi per Roma. Una corsa contro il tempo: il 28 scade il termine per l’approvazione. Tutto in un elenco di decreti da approvare nel quale il Salva Roma non è priorità. Eppure su quel decreto si fonda il bilancio 2013, approvato a dicembre sul filo del commissariamento. Cadendo il Salva Roma, decadrebbe quel bilancio e la giunta Marino verrebbe commissariata d’ufficio. Una roulette russa insomma. E il proiettile, prima o dopo, colpirà qualcuno.

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