Roma Capitale

L’ira degli sfollati irrompe in municipio

A 12 giorni dal nubifragio solo promesse per i residenti della borgata con case e negozi allagati

È dal 2006 che Prima Porta denuncia a più riprese il rischio di allagamenti e di congestione del sistema fognario. Dalle segnalazioni dei singoli residenti ai progetti municipali prima finanziati e poi bloccati, fino alla drammatica alluvione del 31 gennaio. E ora, a 12 giorni da quel maledetto nubifragio, tutto quello che i cittadini colpiti sono riusciti ad ottenere (e che l’ente territoriale può offrirgli) è un elenco di richieste e buoni propositi, in attesa che qualcuno si decida a dargli fattivamente una mano. E a togliere le loro case dal fango e dalla cloaca. I primi spiccioli (da 1500 a 2500 euro alle famiglie più in difficoltà) li vedranno fra un mese, sempre che oggi la Giunta comunale approvi la delibera. Ma intanto le loro vite sono schiacciate in una stanza d’albergo o in una brandina ricavata nell’appartamento di qualche parente, nella consapevolezza che la loro abitazione non tornerà agibile molto presto. Così ieri mattina una trentina di abitanti della borgata a nord del Gra hanno protestato presso la sede del XV Municipio, in occasione del Consiglio straordinario richiesto dall’opposizione. In rappresentanza di circa 130 sfollati e di almeno 300 persone che hanno visto compromesse abitazione o attività commerciali. Ognuno con la propria storia e il proprio dramma. Tutti con un'unica parola d’ordine: «Fate qualcosa», perché tra l’altro «è stupendo che presidente e assessori non ci abbiano lasciati soli, ma noi non li abbiamo votati per spalare il fango». E «qualcosa» bisognerebbe farla ad esempio per Tiziana, il cui padrone di casa ha deciso di «venirle incontro» scalando la caparra in una casa che non abiterà per le prossime 8-10 settimane, o di Cinzia, giunta in lacrime in Aula consiliare, dopo aver perso 20 anni di sacrifici fra casa e negozio. Un disastro annunciato, come detto. Tra le storie, quella di Giovanni Bono, che ci ha consegnato un faldone con tutte le lettere inviate in questi anni al Municipio: è dal 2009 che lui e la sua vicina del condominio di via Flaminia 861 denunciano il guasto della rete fognaria ed i piccoli allagamenti, a cui puntualmente seguivano sopralluoghi e spurghi mai risolutivi. L’ultima missiva, scritta a penna, è datata 5 settembre 2013, ma nulla è stato fatto per evitare il dramma del 31 gennaio, quando Giovanni si è visto invadere la casa da litri e litri di melma fuoriuscita dal water e dalle tubature. E poi c’è il piccolo «scandalo» denunciato dallo stesso minisindaco Daniele Torquati. È il 2006 quando viene stilato dal Dipartimento capitolino Lavori Pubblici un «piano generale di risanamento idraulico» del costo totale di circa 5 milioni di euro. Il progetto però si impantana per mancanza di fondi nel 2008, al momento di agire sull’impianto di sollevamento di via Procaccini. Il patto di stabilità fa il resto, costringendo il Campidoglio a bloccare 1 milione di euro, necessario a proseguire. Una situazione che fa il paio con le ben 3 lettere in pochi mesi inviate dal minisindaco all’Ardis (Agenzia Regionale Difesa del Suolo) con la richiesta di ripulire la marana di Prima Porta. Quella esondata il 31 gennaio.

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