La parrocchia di Nostra Signora de la Salette a Monteverde può essere considerata, per certi versi, uno specchio della società che cambia, invecchia e muta le sue abitudini. La struttura, nata nel 1957, grazie ai suoi ampi spazi ospita al suo interno un grande oratorio, un campo sportivo, sale per la musica e un teatro. Eppure dove fino a pochi anni fa c'erano ogni giorno decine di bambini di tutte le età, oggi regna un amaro silenzio. «I ragazzi ormai - spiega il parroco, padre Bruno Stefanelli - sono diventati individualisti. Negli anni si è perso quello spirito di aggregazione per cui le parrocchie sono sempre state punto di riferimento. L'abitudine di stare insieme all'aria aperta è stata sostituita dai social network, dalla play station e da tutte quelle attività tipiche di quest'epoca per cui si è sempre più restii a uscire dalle mura domestiche». A questa spersonalizzazione dei rapporti umani non ha giovato il progressivo invecchiamento dei residenti. Spiega ancora padre Bruno: «Negli anni 80 (quando il sacerdote era viceparroco, ndr) a frequentare i corsi di catechismo c'erano oltre mille ragazzi. Oggi non si va oltre i 200 e il numero è destinato a diminuire». Pochi anche i battesimi, moltissimi, invece, i funerali: «Più di 100 all'anno». La giovialità degli adolescenti ha quindi lasciato il posto alla solitudine degli anziani, per i quali la parrocchia fa molto. «L'unico periodo dell'anno in cui il nostro oratorio riesce a popolarsi è durante i primi mesi estivi, quando finiscono le scuole e i genitori lasciano qui i loro figli, non essendo ancora tempo per la villeggiatura. Nei restanti mesi è un deserto» spiega Giovanni Poris, uno dei due «più fedeli collaboratori del parroco». L'altro è Giuseppe Ficcadenti. Da entrambi si evince un grande attaccamento alla comunità parrocchiale e al territorio. Sono anche padri di famiglia e soffrono questa alienazione verso cui spinge la società odierna. «Molto spesso con i ragazzi, sempre chini sui loro smarthphone - sottolinea Giuseppe - è difficile parlare. È come se vivessero in un mondo tutto loro, una sorta di dimensione virtuale, parallela che non potrà non riflettersi anche sui loro futuri rapporti interpersonali». Eppure non è passato molto tempo da quando la parrocchia era davvero il centro nevralgico del quartiere: «Tutti i 30/40enni della zona - spiega ancora Giuseppe - ricordano l'oratorio con affetto, anche chi non crede in Dio ma comunque trovava qui il luogo ideale per godersi gli anni migliori della vita». Ecco quindi che l'attività parrocchiale ora si concentra dove forse c’è più bisogno: «La Caritas - spiega padre Bruno - funziona molto bene e richiede un lavoro costante. Oltre ai circa 60 pacchi alimentari mensili che distribuiamo, ci facciamo carico, sempre una volta al mese, di preparare 200 pasti per i senza tetto che il sabato e la domenica si radunano alla stazione Ostiense». Vedere 200 persone, disperate, che aspettano ore per poter avere un pasto non è una cosa semplice. Neppure per chi dell'aiuto al prossimo ha fatto una ragione di vita: «Può capitare che i richiedenti superino il numero previsto e che quindi non ci sia cibo per tutti - racconta Giuseppe - allora la disperazione e la fame possono portare anche a episodi di violenza». Conclude Giovanni: «Queste persone sono sempre di più e bisogna vederli con i propri occhi per capire la loro difficile situazione. Un giorno scriveremo a Papa Francesco chiedendogli di andare a trovare questa gente. Una visita non annunciata, per non crearci intorno un evento mediatico. Siamo sicuri - sorride - che ci risponderà».
Tra i diseredati della stazione Ostiense
Una volta al mese la distribuzione di 200 pasti ma a volte non bastano
