Quando don Gustavo, circa sei anni fa, venne chiamato alla guida di San Melchiade, subito decise di dare una svolta sia alla struttura, sia all'anima della parrocchia. E così fu. In poco tempo, lì dove c'era solo un ammasso di polvere e macerie sono nati due campi da calcetto; l'oratorio ha preso vita e il teatro e il laboratorio musicale sono ben presto diventati i centri culturali di un quadrante sprovvisto di punti di aggregazione. Ma, soprattutto, il parroco ha deciso di prendersi cura degli oltre 12mila parrocchiani, andando a incontrarli uno per uno. Sembra impossibile ma è proprio così: don Gustavo si è recato da tutte le circa 4.000 famiglie della zona, casa per casa, per conoscere e farsi conoscere «senza sentenziare, ma solo per dare una mano». Questo volenteroso sacerdote ha impiegato 5 anni e ha riempito ben 25 quaderni con le informazione raccolte. Il 10 settembre ha ricevuto il difficile incarico e il 15 già era in strada a bussare alle porte. Questo per capire meglio il territorio e i suoi abitanti che in lui vogliono e devono trovare un «pastore». Un territorio tra i più variegati della Capitale e sempre più in espansione. Un quartiere nato agli inizi del secolo scorso come «operaio» e trasformatosi sempre di più, anno dopo anno. Al suo interno oggi, infatti, sono presenti tutti i ceti sociali: alto, medio e basso. Ma una cosa è rimasta nel tempo invariata: il grande senso di solidarietà tra tutti gli abitanti, disposti a supportarsi l'un l'altro. La carità che si trasforma in solidarietà è quindi l'elemento centrale dalla comunità parrocchiale, per la quale tutti danno il proprio contributo. Se ne è reso conto subito don Gustavo quando, oltre a dedicarsi alle famiglie, si è subito rivolto ai giovani, uscendo dalle mura della parrocchia e andando a intercettarli direttamente nei loro punti di ritrovo, bar o «muretti». Racconta il sacerdote: «Non è stato difficile convincerli a mettersi a disposizione e a partecipare alle attività parrocchiali». E se non lo è stato, è anche grazie al particolare approccio di Don Gustavo. Il parroco infatti si avvicina «non per indottrinare ma per aiutare e questo dovrebbe essere il compito di ogni buon cristiano». Il vero obiettivo quindi «non è insegnare la religione, bensì portare in parrocchia tutti coloro disposti a entrarci. Anche chi appartiene a un'altra religione o chi non possiede il dono di una fede». E così, grazie all'operato della comunità che il parroco ha messo in piedi, è stata aperta una mensa per i poveri, 2 volte al mese vengono distribuiti 140 pacchi alimentari, 70 persone malate del San Raffaele (clinica limitrofa alla parrocchia) ricevono supporto e assistenza e molte ragazze madri, anche vittime di gravi violenze, trovano accoglienza nella casa famiglia gestita dalle suore. Ad alcuni viene anche fornito un aiuto di natura economica. «Diverse persone - riprende il parroco - hanno difficoltà a pagare le bollette, quindi le portano a noi che le giriamo a quei parrocchiani disposti a farsene carico». Una sinergia effettivamente difficile da riscontrare nella fredda e distante società odierna. «Quello che ci sforziamo di fare è valorizzare tutte le competenze dei membri della comunità e quindi di metterle insieme creando un collegamento tra di loro. Ogni persona da sola non riuscirà mai ad esprimersi allo stesso modo di quando è in comunione, e la parrocchia questo è: un luogo, non necessariamente fisico, dove l'individuo può esprimersi al meglio proprio perché non è solo».
Incontro ai ragazzi sul «muretto»
L’obiettivo di Don Gustavo: non indottrinare ma aiutare tutti
