Roma Capitale

La rivolta al Cie è nata in moschea: «Sono un imam, non un terrorista»

Viaggio al Centro identificazione espulsione, dove il capo dei ribelli si difende

Niente più bocche cucite e sciopero della fame. La situazione al Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria, a Roma, è tornata alla normalità. Dopo la rivolta di sabato scorso, quando 8 persone si sono suturate la bocca con il filo di una coperta e i resti di un accendino per protestare contro i tempi di permanenza, adesso tutto tace. Dentro il Cie gli immigrati, a gruppetti nel cortile, si godono l’ultimo sole prima del tramonto. Appena entrati nel Centro il direttore, Vincenzo Lutrelli, insieme ad altro personale della cooperativa Auxilium, ci guidano all’interno chiudendo alle nostre spalle porte blindate e cancellate di sicurezza. Oltrepassiamo la stanza dove sono depositati gli effetti personali degli ospiti, il presidio medico di primo intervento e la stanza del supporto psicologico. Poi arriviamo in cortile, dove si vedono i primi immigrati dietro le alte cancellate. Di quelli che si sono cuciti la bocca non c’è traccia. Si avvicinano, però, altri e ognuno ci racconta la sua storia. Nella sezione riservata agli uomini qualcuno passeggia lungo i corridoi esterni e tra le alte inferriate, altri chiacchierano seduti per terra. Ci muoviamo tra gli sguardi incuriositi e chiediamo dell’imam, Mohamed Rmida, il tunisino di 32 anni a capo della protesta. Non si vede. Lo vanno a cercare nella sala adibita a moschea. Dopo un po’ci avvertono che parlerà con noi, ma in via del tutto eccezionale perchè ad intervistarlo sarà una donna e per di più occidentale: quindi tentatrice e impura secondo la sua visione. «Ho deciso di parlare con te solo perché rispetto il tuo lavoro». Rmida esordisce così e per tutto il tempo non alza mai lo sguardo verso la sua interlocutrice. Occhi bassi sull’agendina tenuta tra le mani e su cui continua a scarabocchiare con la penna. Ammette di essere uno di quello che si è cucito la bocca «perché voglio uscire da qui, sono stanco». L’imam, riconosciuto tale dalla comunità musulmana del Cie, è stato condannato per spaccio, violenza e furto. Dopo aver scontato due anni e sei mesi di reclusione in varie carceri, il 7 dicembre scorso è arrivato a Ponte Galeria. Sulla sua testa, però, pende un’altra pesante accusa: terrorismo. «Io sono un vero musulmano - replica - lavoro, prego e non parlo con le donne. Ecco perché mi considerano un terrorista». L’idea della protesta è partita da lui. Prima del suo arrivo nella struttura non era mai accaduto nulla. «Io non ho detto niente a nessuno, gli altri si sono cuciti da soli - ribadisce il tunisino - Io sono l’imam e parlo solo in moschea, nella casa di Dio. Fuori non ho detto niente». Sono le 17, il muezzin richiama alla preghiera e Rmida, barba lunga come il profeta e con indosso la jallaba, si allontana verso la moschea. Nella sezione dedicata alle donne, che nel Cie in tutto sono 26, solo in quattro sono fuori dalle loro stanze: una parla al telefono. Si mostrano meno curiose nei nostri confronti, ma anche meno disponibili a parlare. Tra gli immigrati presenti nel Cie ci sono anche 17 uomini e 3 donne arrivati da Lampedusa tra fine la fine di novembre e i primi giorni di dicembre. Per il resto sono egiziani, marocchini, nigeriani, cittadini dell’est Europa e cinesi. Ognuno con la propria storia e la voglia di lasciare al più presto quel posto. La vita all’interno del Cie scorre lenta, tra i pasti serviti a mensa, la biblioteca, i luoghi di preghiera e il campo sportivo. Anche le condizioni di salute degli ospiti sono buone. «Tendenzialmente stanno tutti bene - spiega il dottor Maurizio Lopalco, direttore sanitario del Centro - qualcuno soffre di ipertensione e molti hanno problemi odontoiatrici, ma non ci sono patologie importanti». Tra i farmaci più richiesti dagli ospiti del Cie spunta il Rivotril, un forte calmante che per i suoi effetti sedativi viene usato dagli extracomunitari come sostituto della droga, anche perchè costa poco. «In questo posto - chiarisce Lopalco - il farmaco è bandito».

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