Una mattina di qualche anno fa, mentre don Antonio si preparava per la celebrazione della Messa domenicale, si accorse che nel contenitore delle offerte mancavano tutte le candele. La sua mente andò a pochi attimi prima, quando un ragazzo di colore si era avvicinato furtivamente in quell'area vicina all'altare, per poi sparire pochi istanti dopo. Don Antonio decise quindi di cercare il giovane straniero e lo trovò in una baraccopoli poco distante dalla chiesa. Gli chiese perché avesse commesso il furto e si sentì rispondere: «Un giorno chiesi a Dio perché non avesse portato un po' di luce dentro la mia baracca e soprattutto perché alcuni uomini sono costretti a vivere in condizioni così disumane». Forse fu proprio questa risposta che spinse don Antonio Coluccia, sacerdote di 38 anni, vice parroco di San Filippo Apostolo, in via di Grottarossa, a impegnarsi concretamente per questa gente che nella zona, a dispetto della forte presenza di famiglie benestanti, è sempre di più. Così don Antonio è riuscito a ottenere dal Comune di Roma nell'agosto 2012 uno dei numerosi stabili del XV Municipio (ben 20) confiscati alla criminalità organizzata, per farne una casa di accoglienza per senza tetto. Lo stabile si trova in via della Giustiniana 660 ed era di proprietà di un boss della banda della Magliana. Oggi ospita 20 persone. «Nella nostra casa-accoglienza - afferma don Antonio - non ci sono solo extracomunitari o giovani con problemi di tossicodipendenza, ma anche padri di famiglia divorziati, inghiottiti da questa crisi senza fine e addirittura un anziano di 86 anni che viveva in macchina e aveva pensato di farla finita. Tutte persone che hanno come unico desiderio quello di riprendere in mano la propria vita». Un obiettivo difficile da raggiungere quando la società ha deciso di collocarti ai margini. «Noi "il povero" non lo consideriamo un problema - riprende il sacerdote - ma una persona che può e deve dare il proprio contributo alla vita della comunità. Chi è riuscito a trovarlo, la mattina va al lavoro, gli altri invece restano qui e svolgono le varie attività, c'è chi si occupa dell'orto, chi delle pulizie, chi prepara il pranzo. Ognuno ha la sua mansione e ognuno si rende utile per sé e per gli altri. Nella nostra casa - conclude - non è previsto un ricambio. Non ha alcun senso dare un letto e sfamare una persona per un mese per poi ributtarlo in strada. Se noi accogliamo chi ha bisogno, è per prenderci cura di lui come farebbe Dio. Dio è un Padre e un padre non ti lascia in mezzo a una strada». La parrocchia comprende un territorio di oltre 18mila abitanti, nella zona nord di Roma. Un'area che può essere considerata l'esatto specchio della crisi. Da sempre prevalentemente borghese e benestante, oggi vede il proprio ceto medio quasi sparire, per far posto ai «nuovi poveri», figli, appunto, della crisi di questi anni. Motivo per cui le attività di carità e di assistenza alle fasce più disagiate della popolazione non si limitano alla casa-accoglienza. Ogni giorno davanti allo sportello parrocchiale si mettono in fila decine di stranieri ma anche italiani per ricevere un aiuto. La parrocchia tra le altre cose, riesce a dare oltre 75 pacchi di beni alimentari a settimana e consulenze gratuite legali e di altro genere. «È giusto quando si dice che la Chiesa non deve diventare un distributore di servizi sociali - conclude don Antonio - ma si deve occupare dell'aspetto prettamente spirituale. Ma è anche vero che la più alta forma di spiritualità è proprio la carità. Noi siamo dei pastori, non dei manager. È soprattutto nei momenti di difficoltà che dobbiamo essere un punto di riferimento».
La casa d’accoglienza nata da un furto
Don Antonio: Dio è un padre e un padre non ti lascia in mezzo alla strada
