Roma Capitale

In fila per mangiare nel quartiere vip

In pochi anni è raddoppiata la distribuzione di colazioni ai senzatetto

Persone di ogni etnia e provenienza si accalcano e si agitano, saranno in 200. Un po’ di tensione e qualche schiamazzo, ma niente di più. Forse solo colpa dello stomaco vuoto. Non è una manifestazione di protesta ma un normale lunedì mattina davanti alla chiesa di San Bellarmino ai Parioli. È il giorno più delicato per la parrocchia, ci sono contemporaneamente la colazione per i senzatetto, il centro di ascolto e il «guardaroba» per i poveri. «Quando sono arrivato 7 anni fa - racconta il parroco Don Gianrico Ruzza - solo per la colazione c’erano 70 persone, ora sono 150. E ci sono anche molti italiani». Il centro di ascolto coordina tutto. C'è chi si occupa dei rifugiati, persone che hanno visto e vissuto cose terribili e che ora hanno bisogno di denaro, non solo per mangiare ma anche per avere il loro status di rifugiati. «È una delle tante contraddizioni italiane - spiega il parroco - siamo un Paese generoso, che accoglie le persone in fuga dalla guerra, ma poi gli fa pagare una tassa». C'è anche un gruppo che segue i rom, una realtà scomoda, ma che la parrocchia affronta con decisione. «Non vivono qui, ma moltissimi vengono a chiedere aiuto, in chiesa o per strada con l'elemosina - dice Don Ruzza - Stiamo cercando di farli inserire nella società, con la scolarizzazione e la formazione professionale dei ragazzi. Ma soprattutto proviamo a migliorare le loro condizioni di vita, che nei campi sono durissime». Un’altra emergenza è quella delle persone in cerca di lavoro. «Purtroppo - dice il parroco -, oggi non riusciamo più a trovare un posto nemmeno per badanti e babysitter, che qualche anno fa erano molto richieste». Ma a San Bellarmino non si arrendono facilmente e ogni anno chiedono un aiuto concreto alla comunità, almeno per le storie più dolorose. Una delle ultime è quella di una madre africana, che dopo aver perso un figlio per una grave patologia, aveva bisogno di aiuto per poter curare gli altri due, anche loro malati. «Posso assicurare – dice il sacerdote – che la generosità dei fedeli è stata grande». Per il futuro, Don Ruzza ha le idee molto chiare. Avvicinare i ragazzi, sempre più distanti, alla Chiesa e ai suoi insegnamenti. Il parroco, molto attento all’attualità anche nelle sue omelie, non nasconde la preoccupazione per i recenti casi di cronaca che hanno coinvolto il quartiere e dice di temere una particolare «superficialità» che si sta diffondendo tra i più giovani. Solo a pochi metri da qui, su Viale Parioli, è stato scoperto il giro delle baby-squillo. Un'idea, che sa anche di provocazione, Don Ruzza ce l'ha: «Mandare un messaggio forte alle nuove generazioni, dare un segnale di discontinuità. E allora - propone - perché noi adulti non facciamo obiezione di coscienza da Facebook, visto che è il terreno da cui nascono questi episodi preoccupanti? Dobbiamo fare in modo che questi network non abbiano effetti così devastanti sui più giovani. Lo ha detto anche Benedetto XVI, la tecnologia, senza regole, può diventare mortale per l'uomo». C’è poi un problema di etichette. «Dispiace - spiega il parroco – che di questo quartiere si parli solo per il Madoff dei Parioli o per le babyescort, perché ci sono tante storie belle che andrebbero raccontate, persone che magari hanno tutto e potrebbero dedicare la vita solo a se stesse ma decidono di aiutare gli altri, o ragazzi che si impegnano nel volontariato. Ma di loro - conclude con rammarico - non si parla mai sui giornali».

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