Roma Capitale

La battaglia contro i pregiudizi

Tra gli obiettivi anche l’integrazione delle comunità di immigrati

Santa Rosa da Viterbo si trova all'inizio della Cassia, strada consolare romana che conduce al capoluogo della Tuscia la cui patrona ha dato il nome alla parrocchia. Retta da oltre 8 anni da Don Giampiero Antonicelli, ha festeggiato il 50° anniversario. Nel territorio è forte la presenza di stranieri di molte nazionalità (in particolare romeni, filippini e sudamericani), di famiglie borghesi benestanti e di fasce della popolazione decisamente più disagiate. Gli anziani rispetto ai giovani sono in prevalenza. Si può parlare quindi di un quartiere «anziano», malgrado ultimamente, a detta di don Giampiero, «si stiano avvertendo i segni di un possibile ricambio generazionale». Quest'area del versante nord di Roma non offre particolari punti di aggregazione, non ci sono piazze e gli esercizi di ristorazione che potrebbero offrire un contributo da questo punto di vista (pub, ristoranti e bar) aprono e chiudono nel giro di pochi mesi. Nonostante questo il quartiere è tranquillo e le varie comunità convivono e si integrano facilmente. Salvo poche eccezioni. A pochi passi dalla parrocchia infatti, sono presenti alcune comunità di transessuali negli ultimi anni balzate alla cronaca per vicende che hanno coinvolto anche noti personaggi. Racconta don Giampiero: «Qui vicino abitava la transessuale Brenda, che tutti conoscono soprattutto per la sua tragica morte. Il giorno della sua scomparsa mi recai sul posto per offrire il mio supporto qualora ce ne fosse stato bisogno. La risposta fu di forte diffidenza, la stessa che caratterizza la quotidianità di questa gente. Molto spesso - continua - mi capitava di incontrare queste persone in chiesa a pregare in orari in cui non c'era nessuno. Quest'isolamento è senza dubbio dovuto alla paura del pregiudizio e di sentirsi rifiutati. Tuttavia la loro presenza ora è diminuita». Per una comunità che stenta a integrarsi, molte altre ricevono con successo un valido supporto proprio dalla parrocchia. Quella romena, molto numerosa, ha infatti apprezzato la celebrazione della Messa in lingua madre, che fino a poco tempo fa aveva luogo due volte al mese. Tale pratica per diversi motivi è stata interrotta ma don Giampiero ha tutte le intenzioni di riprenderla: «Era un'occasione non solo di concedere alla comunità romena un suo spazio, ma di creare anche opportunità di integrazione all'interno della vita parrocchiale, per far sì che vengano superati i pregiudizi». Sempre al sostegno degli stranieri punta buona parte dell'attività parrocchiale: oltre 20 volontari, infatti, si prendono cura del doposcuola di circa 60 bambini, a ulteriore testimonianza del contatto diretto che questa parrocchia ha con il territorio. «Eppure - sottolinea don Giampiero - molte volte il messaggio che passa è quello di una Chiesa poco attenta alle esigenze della gente. Nell'immaginario collettivo ormai vengono percepiti più quegli aspetti oscuri amplificati dai media, rispetto al ruolo centrale che questa riveste soprattutto in un periodo di crisi economica e valoriale come quella attuale. Papa Francesco su questo aspetto sta facendo molto, ma non aggiunge nulla di nuovo rispetto ai suoi predecessori degli ultimi 50 anni. È grazie al carisma che lo contraddistingue che il suo messaggio arriva più facilmente al cuore della gente. Benedetto XVI, prima della rinuncia, durante l’incontro con i parroci romani, ci disse: "ci furono due tipi di Concilio, quello mediatico e quello vero". Io penso - conclude il parroco - che la Chiesa che sta nascendo, anche grazie alla capacità comunicativa del nuovo Papa, sia quella vera che va al di là degli slogan e dei luoghi comuni».

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