Roma Capitale

Mano tesa ai giovani immigrati

A Tor Pignattara un terzo dei residenti è straniero: lo sforzo per integrarli

Per parlare della parrocchia S. Giulia Billiart a Tor Pignattara non si può prescindere dal contesto sociale di uno dei quartieri più problematici di Roma, «l'unico quartiere centrale della Capitale rimasto periferia»: Tor Pignattara. A spiegarci come e in che modo la parrocchia è legata a filo doppio al suo territorio è don Manrico Accoto, parroco di S. Giulia da appena tre mesi. Barba incolta, giovane e giovanile (36 anni), dotato del lessico e della cadenza tipica della generazione post trentenne romana. Ha una gran voglia di dare il suo contributo per il rafforzamento dello spirito comunitario del quartiere. Perché proprio questo spirito è uno dei tratti distintivi della zona, che fa da contraltare alla povertà e al disagio sociale, accentuati dalla crisi. «Tor Pignattara è un quartiere con una forte presenza di stranieri- spiega - circa un terzo degli abitanti. Molti di loro, specialmente le prime generazioni, fanno fatica a integrarsi; non imparano la lingua, socializzano poco con gli italiani e si riuniscono in strada, soprattutto di notte, in gruppetti a chiacchierare». Pur, nella maggior parte dei casi, non creando particolari disagi, questo modo di fare intimorisce la gente che la sera evita di uscire. Questo aspetto, tuttavia, non è l'unico che spinge gli abitanti del quartiere a non lasciare le proprie case: «Le strade sono praticamente prive di illuminazione, i pochi lampioni presenti sono "conficcati" dentro agli alberi. In tutta l'area non c'è un cinema, un punto di aggregazione, mentre ci sono addirittura 4-5 sale da gioco. Purtroppo la crisi espone i soggetti più deboli alle grinfie di chi in essa trova un'occasione per arricchirsi: le sale slot sono il perfetto esempio di questa dinamica». Eppure la crisi e la povertà offrono anche un rovescio della medaglia, che è proprio quello spirito comunitario, quell'orgoglio territoriale che da generazioni non ha mai abbandonato gli abitanti della zona. Ed è proprio su questo che il giovane sacerdote vorrebbe fare leva per far sì che la parrocchia, ma soprattutto i cittadini continuino a dare il proprio contributo. «È importante sensibilizzare il territorio e creare volontari che aiutino i ragazzi italiani e stranieri. La parrocchia dedica un giorno a settimana alle lezioni di lingua italiana per i bambini stranieri, ma non basta. Si può e si deve fare molto di più». Un ruolo centrale spetta alla famiglia, specialmente per quanto riguarda l'educazione e l'istruzione dei più piccoli. Continua don Manrico: «La famiglia garantisce quella continuità tra casa e scuola che molto spesso nei bambini stranieri viene a mancare, proprio a causa della non conoscenza della lingua dei genitori o del poco tempo a loro disposizione (molti stranieri adulti lavorano anche 12 ore al giorno). Non garantire un'adeguata istruzione a questi ragazzi equivale a inserire nella società del futuro persone che non saprebbero cosa fare. Questo genera violenza e criminalità. I giovani, invece, sono una risorsa che va coltivata». Ma anche altri hanno bisogno di sostegno: «Il problema degli anziani qui è molto consistente e, anche in questo caso, la parrocchia fa quel che può con aiuti materiali e non. Ma serve una sensibilizzazione verso tutti. Queste persone sono sole, nella maggior parte dei casi, per cui anche le necessità primarie, come la spesa o un qualsiasi spostamento, rappresentano un problema. Hanno un gran bisogno di compagnia e in tal senso il mio obiettivo è coinvolgere più persone possibili facendo loro capire che "fare del bene, fa bene" e soprattutto - conclude - che le uniche vere risorse, in zone come queste, sono la solidarietà reciproca e la famiglia».

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