È il parroco di Santa Maria Madre del Redentore da poco più di un anno ma si vede che don Francesco è abituato a parlare con i giornalisti. Probabilmente perché la parrocchia sorge in una delle aree più critiche della Capitale, che periodicamente finisce sotto i riflettori per i casi di cronaca. Salvo poi sparire dall'attenzione dei media, delle istituzioni e dell'opinione pubblica. Pochi infatti si interessano di Tor Bella Monaca se non per scopi elettorali. Questo i residenti lo sanno bene, come sanno che l'unica cosa su cui possono contare con certezza, oltre alla solidarietà che si instaura tra chi condivide un destino comune, è proprio la parrocchia S. Maria Madre del Redentore, grande esempio di vicinanza della Chiesa con la gente. È impossibile elencare tutti i servizi offerti dalla parrocchia, dall'assistenza alle oltre 300 famiglie con uno o più membri in carcere o ai domiciliari, fino alle attività di carità di cui si prendono cura soprattutto i tre istituti di suore collegate alla parrocchia (S. Giovanna Antida, Salesiane e Madre Teresa di Calcutta). Ne citeremo alcuni, affidandoci alle parole di don Francesco: «Ogni giorno, sette giorni a settimana - spiega - davanti all'ingresso della parrocchia c'è una fila che arriva fino alla strada. Sono padri e madri di famiglia, anziani e ragazzi, che chiedono un aiuto, un pasto caldo o una semplice parola di conforto». Ma è un’altra la cosa che la maggior parte di essi desidera: dignità. Spiega ancora il parroco: «La dignità la si può ottenere solo avendo due cose: una casa e soprattutto un lavoro. Queste persone nella maggior parte dei casi vengono a chiedermi un lavoro perché nella società civile per loro non c'è posto. Lì fuori - sottolinea - questi uomini e queste donne il lavoro non lo trovano». Essere di Tor Bella Monaca, infatti, spesso è discriminante: «I datori di lavoro quando sentono che sei originario di questa zona, immediatamente pensano che tu possa avere problemi con la giustizia». Le vie di fuga così diventano obbligate: «Non c'è altra scelta che intraprendere altre strade, vedi spaccio di droga e prostituzione. Noi vogliamo insegnare loro che la vita offre delle alternative». Magari cominciando proprio dalle nuove generazioni: «Il nostro centro diurno - spiega il sacerdote - gestito anche da giovani laici volontari, si occupa proprio dei più piccoli con problemi familiari, con padri o madri in carcere. Questi ragazzi vengono presi a scuola e portati in parrocchia. Qui fanno i compiti, partecipano alle nostre attività ludico/ricreative (danza e calcetto) e cenano sempre qui, in parrocchia. E se nessuno può venirli a prendere, vengono anche riaccompagnati a casa. Questo per dar loro modo di crescere con la consapevolezza di poter avere delle prospettive». Ma non sono solo i più giovani ad esser bisognosi di un supporto. Ecco così che la parrocchia al suo interno ospita il centro alcoolisti anonimi e gruppi di sostegno per anziani, oltre al consultorio gestito dai Cavalieri di Malta, dove vengono offerte consulenze psicologiche e legali gratuite. Alla parrocchia è legata inoltre anche la comunità di Sant'Egidio che ha la sua sede nel cuore di via dell'Archeologia, forse una delle strade più difficili della Capitale. «Grazie alla rete formata da scuola, parrocchia e servizi sociali, stiamo facendo un buon lavoro. La nostra sfida più grande è aiutare questa gente ad affrontare la quotidianità con la consapevolezza che anche un posto dimenticato come questo può rialzarsi. E se non lo farà con l'aiuto delle istituzioni - conclude Don Francesco - lo farà con la forza di volontà dei suoi abitanti».
Dove c’è «fame» di dignità
L’aiuto ai ragazzi con i familiari in carcere alternativa a droga e prostituzione
