Roma Capitale

Il segno indelebile della visita del Papa

Grazie all’incontro con Francesco la comunità si è ritrovata più unita

La parrocchia dei Santi Elisabetta e Zaccaria ha alle spalle una storia curiosa. Nasce in un'area periferica del versante nord della Capitale. A ridosso di Prima Porta ma, allo stesso tempo, distaccata da essa, viste le diverse caratteristiche ambientali, territoriali e sociali che la contraddistinguono. Il quartiere si estende, infatti, lungo via di Valle Muricana. In questa strada immersa nel verde, oltre 40 anni fa, i primi abitanti costruirono case e palazzine, per la maggior parte abusive (come era purtroppo prassi all'epoca) lasciandole in eredità alle generazioni a seguire. Dal momento che gli abitanti del quartiere non avevano una chiesa dove pregare, il vicariato comprò due stabili, in uno dei quali, un garage, venivano celebrate le Messe. All'aperto invece, nei mesi estivi, si celebravano liturgie come matrimoni, prime comunioni e cresime. E così è rimasto fino al 2010 quando finalmente venne ultimata la struttura odierna. Le differenze tuttavia, a parte la notevole estensione territoriale della nuova costruzione, non sono poi tante. La parrocchia è sempre stata un punto di riferimento e di aggregazione. Ieri come oggi è sempre stata parte integrante della vita del quartiere, prendendo parte anche alle «battaglie» dei suoi cittadini con il Comune. Alcune delle quali, ad esempio, legate alla viabilità della zona che da anni cerca di uscire dall'isolamento. Oggi la chiesa ospita sale per la musica, oratori, campi da calcetto e un ampio parco giochi, motivo per cui, rispetto al passato, c'è stata un'impennata di presenze giovanili. Da poco più di un anno è parroco un giovane (appena 39 anni), sacerdtoe romeno che da molti anni vive in Italia, Don Benoni Ambarus, per tutti Don Ben. È lui a raccontarci quell'evento «che ci ha ricompattati tutti come una famiglia» e che ha dato una scossa energica a tutta la comunità: la prima visita pastorale di Papa Francesco, avvenuta a fine maggio. Don Ben ci racconta come si è arrivati ad un appuntamento di tale importanza: «Era prevista la visita di Papa Benedetto, poi a seguito delle sue rinuncia ci eravamo un po' tutti persi d'animo. Tuttavia quando mi capitò di incontrarlo durante la visita dei parroci di Roma al Pontefice, mi disse di non preoccuparmi perché sarebbe venuto il suo successore. Quelle parole mi riempirono il cuore ma confesso di non avergli creduto più di tanto. Invece dopo qualche settimana mi chiamò il Cardinal Vallini per dirmi che Papa Francesco era pronto e sarebbe venuto». Ma nelle tre date proposte erano previste le prime comunioni. Invece nessun problema, a celebrarle ci avrebbe pensato il Papa. E così sono partiti i grandi preparativi per l'evento, per il quale Don Ben ha chiesto la collaborazione di tutti. Obiettivo di Don Ben è che tale impegno si rifletta nella vita parrocchiale quotidiana: «La visita di Papa Francesco ha sciolto le riserve sul vivere a 360° la parrocchia. Quando ne parliamo, infatti, non parliamo in terza persona ma di "noi". La parrocchia non è un supermercato bensì una comunità che per poter andare avanti ha bisogno del contributo di tutti, perché a tutti appartiene». Non mancano le attività caritatevoli ma il sacerdote romeno fa un’interessante riflessione: «Un mio grande desiderio è che la Chiesa possa occuparsi prevalentemente del lato spirituale, sarei felicissimo se questo accadesse. Non perché ritengo meno importante l'aspetto caritatevole ma perché questo dovrebbe essere onore e onere dello Stato. Il rischio infatti è che, a causa delle negligenze di qualcuno, la Chiesa possa diventare un distributore di servizi sociali e perda di vista lo scopo stesso della sua esistenza».

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